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Labadie il monaco

Labadie il monaco

Ago 23

Labadie è un soggetto errante, un “camminatore” (wandersmann). Nasce e diventa gesuita in Guienna, poi si sposta a Parigi; successivamente, raggiungerà Londra, Ginevra, approdando anche nei Paesi Bassi e ancora oltre. Le innumerevoli mete geografiche rispecchiano le diverse fasi di un viaggio interiore, nel corso del quale Labadie sperimenta varie forme di religione: gesuita, giansenista, calvinista, pietista, chiliasta o millenarista ed, infine, “labadista”. Il continuo vagabondare di Jean de Labadie, nato il 13 febbraio 1610 a Bourg-en-Guyenne, rappresenta una sorta di “infaticabile nomadismo”, una continua e ansimante ricerca di un “altro luogo”, che possa sostituire quello precedente, sentito come possibilità di “caduta”, come il momento in cui si sta per verificare una “perdita di equilibrio”. Ad ogni tappa il “nomade” si sente come sull’orlo di un precipizio, avvertendo, così, la necessità di un cambiamento estemporaneo: passa, immediatamente, ad un luogo altro. Una spinta, un movimento interiore, lo porta a sentire sempre il primo luogo come “intollerabile” ed il successivo come “provvidenziale”; l’uno è segno della corruzione delle società, mentre l’altro è prova della sua elezione. Il carattere, per così dire, “esorbitante” della vita e della personalità di Labadie trova riscontro in una letteratura che riproduce un’“assenza di luogo”: ogni racconto è un’“estasi”, ossia una caduta, che preannuncia un’occasione successiva di “grazia”.

Jean de Labadie può essere considerato un individuo preda di una “inclinazione innata”, un “trasporto mistico”, in virtù del quale egli avverte l’esigenza di un “indefinito trapianto”. ‹‹Cambiando comunione, non ho cambiato vocazione››: con queste parole, che sintetizzano l’atteggiamento del monaco, egli congeda i suoi confratelli cattolici. Un’esistenza travagliata, dunque, quella di Labadie; tuttavia, vi è un desiderio costante, che lo accompagna nelle varie peripezie: mi riferisco al desiderio di accettare sfide, o meglio, “inviti” sempre nuovi.

Uno degli scritti di Labadie, giudicati più efficaci dalla critica, realizzato a trentacinque anni, è la Solitude chrestienne (1645). In quest’opera egli pone a fondamento dell’unione con Dio la “separazione dal mondo”. Il nucleo tematico principale, intorno al quale ruota l’intera riflessione di Labadie, è l’“elezione”. Gli eletti, ossia coloro che si “consumano in Dio“, scelgono di aderire ad una solitudine radicale, che significa “fare esperienza di un non-luogo”, di un’assenza, di una mancanza, di una deficienza. Non trovano conforto in una realtà retta da statuti o dogmi, i quali implicherebbero un consenso esclusivo da parte dei suoi membri; al contrario, gli eletti traggono linfa dall’essere respinti dal contesto sociale. In tal senso, l’essere “martiri” esprime, nel pensiero di Labadie, il privilegio d’essere rifiutati, al quale segue il dolore. Si tratta di un dolore inevitabile, di una sofferenza necessaria, grazie alla quale l’eletto potrà rimettersi in intimo contatto con sé stesso, ripristinando l’immagine autentica del proprio Io.

La “folla”, ovverosia la società, va consegnata al discredito, alla menzogna dalla quale è dominata. Lo scopo di “dividere”, di scardinare tutti i dogmi precostituiti, viene perseguito attraverso un linguaggio barocco, costruito per colpire, irritare e sedurre al tempo stesso. ‹‹Sono venuto per dividere››*: se l’obiettivo di Labadie appare chiaro, e cioè praticare la “crisi” evangelica, ponendo l’accento sulla scissione tra la realtà sociale, dalla quale si sente imprigionato, e lo spirito, che gli permette di “respirare un’aria diversa”, piuttosto sfuggente ed indecifrabile risulta l’autore dei testi che Labadie, di volta in volta, presenta al suo pubblico.

 

* Luca 12,51; cfr. Matteo 10,34.


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1 comment

  1. silviag

    E’ raro trovare materialmente fusi in una sintesi dai significati forti il tema del viaggio vero e metaforico, se non forse nelle biografie di alcuni santi. Colpisce però una presa di coscienza secentesca che suona ancora nuova. Mi richiama un libro ( certo più mondano, certo meno forte per il suo messaggio), Lagoa Santa di stangerup. Era il tentativo di risignificare molta parte della vita che resta normalmente esclusa da una lettura spirituale. Non so se ho colto il punto, è stata un’associazione d’idee a colpo d’occhio.

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