Dalla selva primitiva al deepfake: il ruolo della maschera nella società postmoderna

Dalla selva primitiva al deepfake: il ruolo della maschera nella società postmoderna

Mag 26

Dalla selva primitiva al deepfake: il ruolo della maschera nella società postmoderna

Lo scrittore e critico Marco Belpoliti, citando il sagace e influente filosofo tedesco Thomas Macho, notava come l’uomo odierno occidentale, ormai globalizzato, viva in una sorta di “società facciale”, la quale possiede la prerogativa di produrre volti senza sosta. A ogni angolo di strada, su ogni tabellone, su ogni schermo TV o PC, infatti, la pubblicità ci insegue con i volti più disparati, tanto che noi stessi, volti anonimi, siamo ormai diventati consumatori voraci di volti più o meno celebri, di maschere, sui quali la società ha proiettato la propria struttura di potere1.

Il Volto, nella sua duplice valenza di soggetto e oggetto di sguardi, è uno dei simboli più importanti della vita umana, e per tale ragione anche della filosofia e teologia ebraica e cristiana. La variegata terminologia che nelle diverse lingue è connessa al volto, infatti, non solo dà luogo ad una ricca metaforologia poetica, ma attraverso vari passaggi di affinamento linguistico, contribuisce ad esprimere alcuni fondamentali concetti della filosofia della teologia2. Il volto di cui parliamo è, ovviamente, quello umano; che è simbolo della persona, dato che se i volti si possono somigliare, ciascuno è irripetibile3. Il volto, ulteriormente caratterizzato dal suo “sguardo”, è situato nel lato più visibile del capo (e quindi più vicino al cervello), in una zona ad alta concentrazione percettiva, in cui si trovano gli organi della vista, dell’udito, del gusto, dell’olfatto: la pelle e le mucose di questa zona hanno infatti una particolare sensibilità tattile.

La maschera, viceversa, porta subito a riflettere sul dualismo “essere e apparire” nel quale essa, portavoce dell’apparenza, occulta o permette di far venire alla luce una parte dell’essere umano che, fino a quel momento, era rimasta nell’oscurità. La maschera, infatti, tende a rappresentare quasi sempre una deviazione dello spettatore dalla realtà e dalle verità del mondo: come ricorda anche William Shakespeare quando scrive «Nascondi ciò che sono e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni»4.

La maschera, nata nella selva, nel rito primitivo, di natura materiale, rigida, morta5, aveva una funzione sacra e liberatoria: indossandola si esorcizzava ciò che si temeva (la Morte) o si impersonava (‘persona’, in latino indicava la maschera dell’attore e quindi il personaggio da lui interpretato) ciò che si desiderava (il Potere). Quando negli antichi riti festivi un giovane contadinello impersonava il Re (piuttosto che la morte), catalizzava in pratica nella sua persona6 i desideri di una comunità in ordine al Potere. Il transfert, che poteva avvenire attraverso un “attore” ma anche tramite un pupazzo (ad esempio il famoso Re Carnevale)7, consentiva al collettivo di ritagliarsi l’agone per mettersi in scena; per essere l’oggetto paventato o agognato. Ma la teatralizzazione pubblica del Potere, dell’autorità e dei suoi simboli, quest’avventura immaginaria del soggetto e del collettivo è, appunto, chimerica, improduttiva, fondamentalmente segnata da una mancanza ad essere. Gli antropologi hanno infatti solitamente considerato i riti del “mondo alla rovescia”, in cui quelli che non hanno nessun potere inscenano per un certo lasso di tempo il medesimo, come un meccanismo in virtù del quale gli oppressi possono dare libero sfogo a frustrazioni e ostilità represse, lasciando però inalterato lo status quo strutturale8. La festa non riguarda quindi il rapporto servo/padrone dal punto di vista della presa del potere-reale9, così come Re Carnevale non è la messa (in scena) alla berlina del Re-reale, ma il tentativo sul registro dell’immaginario di padroneggiare il Re come fantasma di Re. Prefigurando infatti che la Verità del Potere sia inscenabile, attore e comunità, tramite l’allegoria del rito festivo, elaborano un enunciato che pone in scena il Potere. Esso è però il fantasma del Potere reale, tanto che questo, ricomparendo come “effetto di ritorno” nella rappresentazione, determina l’avvento del rovescio del Carnevale: la Quaresima.

Ai nostri giorni, se abbiamo ormai acclarato il fatto che molte dittature novecentesche hanno abilmente “solleticato”, alimentato e poi gestito il desiderio politico del cittadino di primeggiare, di sovvertire lo status quo10, siamo allo stesso modo consapevoli che la “baraonda sessantottesca” della marea contestataria autoproclamatasi Potere, è stata infine bloccata11 e orientata verso quel conformismo, verso quel consumismo propagati dalla trionfante société du consume et du spectacle12. Addirittura, si può affermare che l’uomo odierno, sempre più isolato e dominato da una tecnologia massmediatica che, se da un lato fornisce l’illusione dell’«onnipotenza informativa», dall’altro rende sterile qualsiasi possibilità di azione concreta ed efficace in ambito sociale; totalmente alla mercè del Potere reale riaffacciatosi più agguerrito che mai (un potere simbolizzato da quell’élite liberale e cosmopolita di tecnocrati, manager e agenti della comunicazione che determinano il destino delle nostre società)13, tende ad indossare una maschera postmoderna, la quale assume i tratti di una inedita Gorgone che ammalia e pietrifica. Ma più spesso di una sorta di clown indifferente verso qualsiasi identità, tabù sessuale e verso lo stesso concetto di perversione: verso ogni ordine e gerarchia sociale.

Stiamo parlando dell’avvento della società dei simulacri, tappa inevitabile della “fine della storia” di cui parla Fukuyama14. Una società nella quale la polarità destra/sinistra viene via via sostituita dal dualismo centro (conformismo)/periferia (dissenso). Una società caratterizzata dalla liquidità del global market, dove tutto è sovrastruttura e l’istanza di liberazione tradizionalmente incorporata nell’idea classica di rivoluzione, viene inglobata dal sistema e addomesticata al suo interno. Una società dove i conflitti sono ridotti al minimo e dove, appunto, tutti possono esibirsi digitalmente («Nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per quindici minuti» diceva Andy Warhol nel 1968), attraverso maschere che nascondono identità frammentate e multiformi15.

Nomadi senza un preciso destino che non sia quello di consumatori-zombie, gli uomini postmoderni, gli esseri modulari di cui parla Bauman, brancolano tra un edonismo esasperato16 e il terrore dell’indigente, il quale rappresenta ciò che potrebbe capitare in ogni istante. E si travestono, si occultano utilizzando i nuovi media, all’insegna di un inquietante “carnevale perenne”, alimentato da continue manipolazioni di immagini e di video prodotte dalla cosiddetta intelligenza artificiale: a questo proposito si pensi alla tecnica del deepfake, tramite cui è possibile sostituire il volto di un soggetto con quello di un altro soggetto, imputando così a quest’ultimo atti ed azioni commessi da altri nella realtà.

Un mondo con sempre meno volti e sempre più maschere, dunque. Un mondo nel quale è sempre più ininfluente appartenere a precise cerchie sociali, tali per cui, al primo sguardo che si rivolge a qualcuno, si sa già con chi si ha a che fare17. La tecnologia, come detto, è andata troppo avanti. In tal senso, molto aveva compreso il linguista e semiologo francese Roland Barthes (1915 – 1980), per il quale, tramite l’avvento della cosiddetta “età della Fotografia”, prodromica alla nascita dell’attuale sistema mass-mediatico, vi era stata una progressiva irruzione del privato nel pubblico, o piuttosto la creazione di un nuovo, inquietante, valore sociale: la pubblicità del privato. Un privato però “cristallizzato”, “falsificato”, “sintetico”; dato che nel ritratto fotografico il tempo è ostruito ed è impedito il flusso della vita nella sua continuità e spontaneità. Così come è impedita ogni catarsi; addirittura la dimensione del Tragico18. Il ritratto fotografico, infatti, rappresenta quel particolare momento in cui io non sono né un oggetto né un soggetto, ma piuttosto un soggetto che si percepisce diventare un mero oggetto.

Lo studioso francese parla, appunto, di una sorta di “effetto-Thanatos”, per cui noi fotografiamo i vivi (ora noi stessi attraverso i famosi “selfie”), senza pensare che saranno ricordati come morti: moltiplichiamo a dismisura il nostro già corposo archivio d’immagini, producendo inconsapevolmente maschere di morte. E Barthes, ci era arrivato decenni prima della creazione di Facebook, Tik Tok, Instagram, WeChat, Douyin, LinkedIn, YouTube, WhatsApp… Praticamente un profeta.

Note

1. Marco Belpoliti, Dalla fotografia al web in un mondo di volti siamo tutti maschere. Riprendendo il filo di una riflessione cara a Barthes lo studioso tedesco Hans Belting analizza la nostra società di facce. È l’anonimato il destino dell’immagine riprodotta, «La Stampa», 30/12/2014.

2. Emmanuel Lévinas, Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità, Jaca Book, 2023. (Sezione su Volto ed esteriorità in Totalité et Infini, 1961).

3. «Come un volto differisce da un altro, così i cuori degli uomini differiscono fra di loro», Proverbi 27:19. V. anche: dailyverses.net/it/proverbi/27/19.

4. William Shakespeare, La dodicesima notte (atto I, scena II).

5. Alessandro Pizzorno, Sulla maschera, Il Mulino, Bologna, 2008, p. 27. (Maschera e morte in connessione originaria, modello primigenio: teschio umano/cranio animale).

6. James Hillman, Forme del potere, Garzanti, Milano, 1996, pp. 100–101. (La maschera come potenza che accresce statura e importanza di chi la indossa).

7. Re Carnevale: antesignano di Pulcinella & Co.; figura derivata dal Re dei Saturnali. In origine impersonato da un uomo sacrificato; poi sostituito da un fantoccio di paglia bruciato il martedì grasso.

8. David I. Kertzer, Riti e simboli del potere, Sagittari Laterza, Bari, 1989, pp. 175–176. (Riti del “mondo alla rovescia” e spiegazione malinowskiana dei riti magici: effetto psicologico/controllo percepito).

9. Alessandro Fontana, in Storia d’Italia, I, Einaudi, Torino, 1972, p. 805. («Il rancore del Servo…» e l’identificazione con le imagines del Padrone).

10. Camillo Berneri, Mussolini grande attore. Scritti su razzismo, dittatura e psicologia delle masse, Spartaco editore, 2007.

11. Charles de Gaulle: «Le Carnaval est fini» (ordine di porre fine ai moti del Maggio francese).

12. Guy Debord, La società dello spettacolo, Massari Editore, 2002. (Sul Sessantotto e l’ipostatizzazione della società dello spettacolo).

13. Christopher Lasch, La rivolta delle élite. Il tradimento della democrazia, Neri Pozza, 2017. (Oligarchie dominanti, visione turistica del mondo, distacco dalla middle class).

14. Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, Milano, 1992. (Tesi della “fine della Storia”, estate 1989).

15. Fenomeni legati alla moltiplicazione delle identità digitali (ritocchi, “selfie dysmorphia” ecc.): rilievi di sociologi, psicologi e psichiatri su disturbi dell’immagine e della personalità.

16. Zygmunt Bauman, La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, Milano, 2000, pp. 159–163. (Uomo modulare: pluralità di maschere/ruoli).

17. Georg Simmel, Sociologia (1908), Edizioni di Comunità, Milano, 1989, p. 552. («Ciò che sappiamo di un uomo al primo sguardo…»).

18. Roland Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia, tr. it. a cura di R. Guidieri, Einaudi, Torino, 2003, p. 91. (Ostruzione del tempo nel ritratto, impedimento della catarsi/Tragico).

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