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Alcune Massime capitali di Epicuro

Alcune Massime capitali di Epicuro

Lug 13

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Ciò che è beato ed immortale [to makarion kai aphtharton] non ha in sé [auto] né arreca altrui affanni [pragmata]; così non è posseduto [synechetai] né dall’ira né dal favore [charasi]: tutto ciò infatti è nel debole [en asthenei].

Non è dato vivere gioiosamente [ouk estin ēdeōs zēn] senza vivere saggiamente, in modo bello e giusto [phronimōs kai kalōs dikaiōs], né vivere saggiamente, in modo bello e giusto senza vivere gioiosamente; a chi manca [mē hyparchei] ciò non è dato vivere gioiosamente.

Se ciò che procura piaceri ai dissoluti li sciogliesse dai timori della mente [elye tous phobous tēs dianoias] intorno alle cose celesti [meteōrōn], alla morte ed ai dolori e se insegnasse la soglia dei desideri e dei dolori [to peras tōn epithymōn (kai tōn algēdonōn)], non avremmo affatto di che biasimarli poiché sarebbero ovunque ricolmi dei piaceri e non avrebbero né il dolore né l’inquietudine, ciò che è il male [to kakon].

Se non ci opprimessero i sospetti [hai… hypopsiai] delle cose celesti e sulla morte, nell’eventualità che ciò fosse qualcosa per noi [mēpote pros hēmas ēi ti], ed inoltre il non cogliere le definizioni [to mē katanoein tous horous] delle sofferenze e dei desideri, allora non avremmo bisogno della scienza naturale [physiologias].

Non era dato dissolvere l’impaurimento sulle cose principali non comprendendo quale sia la natura dell’universo [ouk ēn to phoboumenon lyein hyper tōn kyriotatōn mē kateidonta tis hē tou sympantos physis] ma sospettando sulle cose contenute nei miti; così non era dato ottenere intatte le gioie [akeraious tas hēdonas].

La ricchezza della natura è sia definita sia facile da conseguire; invece quella delle vane opinioni eccede all’infinito [ho tēs physeōs ploutos kai ōratai kai euporistos estin, ho de tōn kenōn doxōn eis apeiron ekpiptei].

La fortuna [tychē] ha poche ricadute sul sapiente [sophōi]; la razionalità ha invece disposto le cose massime e principali [ta de megista kai kyriōtata ho logismos diōikeke] e continuamente lungo il tempo della vita le dispone e disporrà.

ll giusto è assolutamente imperturbabile [ho dikaios ataraktotatos]; l’ingiusto invece è carico del più gravoso turbamento.

Dei desideri quanti non conducono al dolore qualora non siano accontentati [symplērōthōsin] non sono necessari [anankaiai], ma è facile disfarsi dell’appetito [orexin] quando sembrano adoperarsi per cose irrealizzabili o per il danno.

Di ciò che la sapienza [sophia] procura per la beatitudine dell’intera vita di gran lunga il meglio è l’acquisizione dell’amicizia [philias].

Dei desideri alcuni sono naturali e necessari [physikai kai anankaiai] (quelli che affrancano dal dolore, come bere per sete), altri naturali e non necessari (quelli che variano [poikillousas] solo il piacere ma non eliminano la sofferenza, come i cibi sontuosi), altri ancora né naturali né necessari (come il desiderio di corone o di mantenere una reputazione).

Tra i desideri naturali che comunque non comportano dolore qualora non siano portati a buon fine [syntelesthōsin], quelli in cui ha luogo la brama intensa si generano per una vana opinione [hē spoudē syntonos para kenēn doxan auta ginontai] e non si dissipano [diachentai] non per la loro natura ma per il vano opinare [kenodoxian] degli uomini.


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4 comments

  1. Massimo De Beni

    Mi ha colpito in particolare la prima massima, sull’immortalità (anzi mi ha dato spunto per un racconto 🙂 ). Mi chiedo però se Epicuro si riferisca ad uno stato a cui anelare e raggiungibile da ogni mortale, oppure se distingua lo stato mortale (debole) da uno stato idealistico e irraggiungibile di pace e liberazione.

    • Giulio Giacometti

      Massimo, sono felice che la mia traduzione della speculazione di Epicuro abbia suscitato la tua narrazione! Il bello delle filosofie ellenistiche come l’epicureismo è che la differenza tra mortale ed immortale è quantitativa e non qualitativa: mentre gli dei sono sempre saggi e quindi felici, gli uomini hanno meno tempo per esserlo, ma ciò non toglie che anche un solo attimo di saggezza nella nostra fugace vita abbia la medesima dignità etica di eoni di beatitudine divina. La differenza decisiva non è ontologica, ma assiologica: non tra mortali (uomini) ed immortali (dei), ma tra stolti (la maggior parte degli uomini) e saggi (gli dei e alcuni uomini).

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