Diogene Laerzio su Diogene di Apollonia (IX, 57)

Diogene Laerzio su Diogene di Apollonia (IX, 57)

Set 26



Brano precedente: Diogene Laerzio su Protagora (IX, 50-56)

57 Diogene di Apollotemide, apolloniate, fu fisico e uomo assai eletto. Udì dunque – professa Antistene – Anassimene. Era comunque dei tempi d’Anassagora. Costui – professa Dementrio Falereo nell’Apologia di Socrate – a causa della grande invidia nei suoi confronti per poco non rischiò la vita ad Atene.

Egli, dunque, supportava queste dottrine: per elemento vi sarebbe l’aria, i cosmi sarebbero infiniti e il vuoto sarebbe infinito; quest’aria, dunque, condensandosi e rarefacendosi, sarebbe generatrice dei cosmi; nulla si genererebbe dal non essente e nulla s’estinguerebbe nel non essente; la terra sarebbe globosa, messa nel mezzo, con una costituzione ricevuta conformemente alla rivoluzione conferitale per effetto del caldo e al compattamento subito per il freddo.

Cominciamento, dunque, del suo scritto è questo: «Nel cominciare qualunque lezione, mi sembra sia doveroso provvedersi d’un principio che non possa venire contestato, come pure d’un’esposizione semplice e dignitosa [logou pantós arkhómenon dokéi moi khreṓn einai tēn arkhḗn anamphisbḗtēton parékhesthai, tēn d’hermēneian haplḗn kai semnḗn]».

La traduzione è condotta sul testo dell’edizione critica di Marcovich:
Diogenes Laertius, Vitae philosophorum, ed. D. Marcovich, Lipsiae 1999.
Nella traslitterazione l’accento è sempre semplificato in acuto e segnato solo sui polisillabi non piani.

Brano seguente: Diogene Laerzio su Anassarco (IX, 58-60)

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