Temi e protagonisti della filosofia

Il problema del libero arbitrio: incompatibilismo e compatibilismo

Il problema del libero arbitrio: incompatibilismo e compatibilismo

Giu 07

 

Il “libero arbitrio” è la capacità di un agente razionale di scegliere fra varie alternative. (1) L’agente, nel momento di operare una decisione (con particolare riguardo alle scelte inerenti valori e di cui, pertanto, si assume la responsabilità) non sarebbe, laplacianamente (2), predeterminato dallo stadio precedente del mondo ma sarebbe in grado di compiere una scelta in maniera controcausale, ovvero avendo avuto la possibilità di compierne un’altra.

Storicamente, questo problema è stato pressoché sempre presente nella storia della filosofia. Le varie predeterminazioni contro cui ci si è scontrati hanno riguardato la teologia (con particolare riguardo a come la predeterminazione potesse conciliarsi con la grazia efficiente, e con l’onniscenza di Dio), la psicologia e la biologia.

Il dibattito moderno sul tema si divide in due posizioni principali: gli inconpatibilisti e i compatibilisti. I primi sostengono che il determinismo non sia compatibile con il libero arbitrio: conseguentemente, si dividono fra quanti rifiutano un agire (completamente) deterministico per gli uomini (talvolta ritenendo possibili una deliberazione influenzata a livello quantistico (3) ), e quanti reputano il libero arbitrio, la responsabilità, etc. delle mere illusioni. I compatibilisti vedono invece la possibilità di conciliare il determinismo con una qualche forma di liberto arbitrio.

Vediamo i principali argomenti su cui le due scuole di pensiero si confrontano.

La responsabilità è sempre stato l’argomento principale: se le azioni sono frutto di determinazioni causali, argomentano gli incompatibilisti, esse erano inevitabili (erano già “scritte” addirittura prima della nascita dell’agente). Pertanto, il concetto stesso di responsabilità parrebbe insostenibile in un’ottica determinista. Questo pone due serie di problemi: il primo concerne l’ineliminabilità, studiata da vari autori, di una rete di sentimenti legati al concetto di responsabilità (orgoglio, risentimento, vergogna, etc.). Teoricamente, eliminare questo concetto dovrebbe portare a trattare qualsiasi essere umano con un’ottica deresponsabilizzante, la stessa che adoperiamo con i bambini molto piccoli o con altri agenti che reputiamo privi dei requisiti per essere considerati responsabili. E il lettore potrà facilmente vedere come la cosa appaia difficilmente praticabile, se non impossibile.

Il secondo problema riguarda un approccio “minimalista”, ovvero tenere il concetto di responsabilità perché semplicemente funzionale al mantenimento della società. Il ragionamento sarebbe in analogia con quello delle correnti giuridiche che si concentrano sul lato rieducativo della pena, invece che sulla punizione morale. In sostanza, la responsabilità sarebbe “utile”, così come premiare un successo e punire un insuccesso può ottimizzare i risultati. Quest’approccio però si scontrerebbe sia con l’impossibilità di eliminare dai giudizi inerenti una componente emotiva che invece è ineliminabile, sia con il rischio di un’omologazione fra le forme di costrizione, per cui una detenzione carceraria diverrebbe analoga a una quarantena.

I compatibilisti ribattono osservando come le facoltà umane permettano una “volontà di secondo livello”, ovvero, le capacità linguistiche e cognitive permettono di comprendere i propri desideri e i propri obiettivi, e di sottoporli a un vaglio critico della ragione. E’ questa capacità che renderebbe l’agente il legittimo “proprietario” delle azioni che rivendica come proprie.  Essi rifiutano inoltre l’idea che le loro tesi porterebbero ad una deresponsabilizzazione delle persone: esse infatti desiderano avere la “patente” di agenti responsabili, di attori sociali in grado di agire e di assumersi le responsabilità dei loro atti. Pertanto, saranno pronti a sobbarcarsi i rischi che questa “patente”, questo status, comporta.

Un esperimento che ha fatto molto discutere è quello del neurobiologo Benjamin Libet: egli ha cercato di stabilire il momento esatto in cui compare l’azione volontaria: nella fattispecie dell’esperimento l’azione consisteva in semplici movimenti fisici della mano. La scoperta è stata che la decisione compare fra ii 300 e i 500 millisecondi dopo che l’azione è era stata effettivamente iniziata a livello neurale. Pertanto, essa non sarebbe la “causa”, ma più che altro un feedback. Bisogna dire che questo esperimento è stato criticato da entrambe le parti, e anche da parte di filosofi compatibilisti – come ad esempio Daniel Dennet – è stato osservato come il presupposto di questo esperimento sia che la “decisione” fosse un singolo momento, quando invece essa è un processo dinamico e composito, costituito da più componenti e non riducibile a un singolo atto. Peraltro, è comune esperienza di tutti i giorni che moltissime decisioni della vita quotidiana vengano prese quasi in automatico, basandosi su modelli costruiti e perfezionati in precedenza.

In definitiva, il dibattito fra le due scuole di pensiero è lungi dall’essere concluso, ed entrambe mostrano di possedere validi argomenti per mettere in risalto le contraddizioni e i problemi della scuola avversaria.

 

NOTE

(1) Cfr. http://plato.stanford.edu/entries/freewill/

(2) Pierre-Simon Laplace fu un astronomo, fisico e matematico francese vissuto a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo, noto per aver sostenuto che un essere che fosse stato a conoscenza di qualsiasi parte dell’universo (comprese le leggi che lo regolano) in un dato istante, avrebbe potuto prevederne il futuro e ricostruirne il passato.

(3) Com’è molto noto, la fisica quantistica non risponde alle regole della fisica classica e in esso è impossibile determinare completamente gli stadi successivi di sviluppo di un sistema, non per mancanze contingenti di informazioni su di esso, ma in maniera strutturale.


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4 comments

  1. Simone

    anche la neurologia sta scoprendo qualcosa che, agli incompatibilisti, farebbe piacere, cioè che l’aggressività di una persona abbia riscontri nella struttura del cervello, così come altre caratteristiche. Ne consegue ad esempio una riduzione della pena per i criminali che hanno questa precisa configurazione fisica. Però poi penso a un’altra cosa, che contraddice un po’ questi pensatori, come le esperienze di premorte, e le reincarnazioni (vedi Ian Stevenson) e tutte quegli eventi che suggeriscono l’esistenza di un’anima.
    Penso, personalmente, che, se c’è l’anima, ed essa influenzi l’attività della mente, quindi, in questo caso, non abiti solo il corpo, e, sempre nel caso in cui ci sia, appartenga a un essere diverso dalla realtà “nostra”, allora, in quel caso, possiamo parlare di libero arbitrio.

  2. Simone

    P.S. auguri per il blog.

  3. Francesco

    Credo che il dibattito sulla realtà del libero arbitrio resterà aperto a lungo, forse per sempre. Personalmente ritengo di estrema importanza difendere tanto il libero arbitrio quanto il principio di causalità nella natura e tentare di spiegare in che modo coesistono. È una strada difficile e rischiosa, aperta e imprevedibile, come la vita e la realtà, contrariamente al determinismo, che invece presuppone la convinzione di aver già compreso in modo definitivo i fondamenti del reale. La riflessione filosofica, al pari della scienza moderna, deve essere pronta a riformarsi di fronte ai nuovi dati della realtà. Il determinismo non è disposto a mettersi in dubbio e ciò, per conto mio, lo rende poco credibile. Ma una seria critica al determinismo deve ragionare in modo approfondito sulla causalità e proporre valide aternative al meccanicismo e alle sue varianti attuali. La strada sembra quella di dimostrare che in natura non esistono solo catene causali infinite. L’impresa di Aristotele, che mostra la compatibilità di necessità e libertà, facendo ricorso alle conoscenze scientifiche del suo tempo, può probabilmente essere ripetuta anche oggi, con in più la consapevolezza che l’intrinseca mutabilità del pensiero scientifico richiede la formulazione di una nuova metafisica.
    La sfida è tale da togliere il fiato.
    Buon lavoro ai filosofi, più che mai necessari.
    Grazie

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