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Filosofia della sessualità. Intervista a Vera Tripodi (2)

Filosofia della sessualità. Intervista a Vera Tripodi (2)

Mar 05

Articolo precedente: Filosofia della sessualità. Intervista a Vera Tripodi (1)

 

Molti filosofi hanno cercato una definizione universale della categoria femminile. Vi è un generico accordo sul fatto che un elemento molto importante (e per alcuni anche l’elemento essenziale) sia la presenza di discriminazioni in termini di accesso alle risorse (potere, ricchezza, prestigio, status occupazionali elevati) e una posizione di subordinazione. Questo naturalmente ci porta a un parallelismo con le minoranze, ad esempio quelle razziali: in entrambi i casi, la componente fattuale (le basi scientifiche, mediche, di genetica etc. che ci permetterebbero di determinare sesso o razza) è molto debole, ma genera rapporti asimmetrici e discriminanti. Mi sembra che la tua tesi a riguardo sia che in entrambi i casi il loro uso linguistico non sia determinato da una serie di proprietà sufficienti e necessarie, ma da un cluster di attributi, che devono essere posseduti sopra una certa misura per entrare nelle categorie. Cosa ci puoi dire di questo approccio, dal punto di vista filosofico?

Certamente vi sono molte analogie tra i generi e altre categorie sociali (come quella di razza e di sesso). In analogia a generi e sessi, le razze non esistono biologicamente ma sono costruzioni sociali. Prendiamo la categoria di razza. Sebbene non ci sia alcun fondamento biologico o genetico alla base delle distinzioni di razza, continuiamo a utilizzare questa categoria: siamo soliti classificare gli individui in razze e gruppi etnici diversi e facciamo valere queste distinzioni sul piano politico-sociale ed economico. Vale a dire, assegniamo agli individui – a seconda appunto della razza d’appartenenza che attribuiamo loro – ruoli e posizioni sociali diversi. Sulla base di queste distinzioni, alcuni sono discriminati o altri privilegiati. Come per i sessi, il modo in cui classifichiamo gli individui in razze è però del tutto arbitrario e varia da comunità a comunità e da un’epoca storica a un’altra. Per fare un esempio: in Gran Bretagna l’ultimo censimento ha diviso la popolazione in dodici “gruppi etnici”, mentre negli Stati Uniti d’America la popolazione viene suddivisa in sei “razze”. Dunque, comunità diverse usano categorie di razza diverse. Allo stesso modo, sull’erroneo convincimento che i sessi siano due e che ci sia una corrispondenza tra sesso e genere, agli individui attribuiamo ruoli e posizioni sociali diversi che hanno a che fare con quei comportamenti, doveri, credenze, norme sociali, aspettative che una determinata comunità definisce come la condizione della donna e dell’uomo. Inoltre, pare davvero arduo (se non del tutto insensato) definire cosa una donna (o un uomo) sia indipendentemente da altri fattori, quali la sua cultura di riferimento, età, religione, orientamento sessuale, gruppo etnico di appartenenza, posizione economica.

L’idea sottostante alla mia tesi è allora che non ci sia un unico modo di definire “donna” e “uomo”, “femmina” e “maschio” o “bianco” e “nero”. Propongo così di considerare le categorie di genere, sesso e razza come concetti cluster (o “di famiglia”) applicabili a un insieme di somiglianze. Il concetto di genere (sesso o razza) viene attribuito a un individuo sulla base di caratteristiche fisiche, di certe pratiche, tradizioni oppure fatti storici comuni, luogo di nascita ecc. Il concetto cluster di genere (sesso o razza) non fornisce così un criterio diretto per stabilire se un individuo appartenga o meno a un genere (sesso o razza). Avremo piuttosto modi diversi di essere donna o uomo (maschio o femmina, nero o bianco). Secondo questa prospettiva, l’appartenenza a un genere (sesso o razza) dipende semplicemente dal manifestare o meno un certo numero d’aspetti propri del cluster di riferimento. Secondo questa lettura, ad esempio, un individuo può essere definito donna o uomo senza necessariamente soddisfare tutti gli aspetti del concetto cluster “donna”. Così, dato che è sufficiente che si manifesti una combinazione di quelle caratteristiche, la definizione di donna che adotto stabilisce che una donna può essere considerata tale anche se non è femmina. La competente sessuale non è, a mio avviso, un aspetto necessario nel caso dei generi. Ciò permette di tener conto per esempio del vissuto di trasgender, intersessuati che – sebbene in alcuni casi non siano femmine – svolgono ruoli sociali riconosciuti come legati alla condizione della donna (per esempio si vestono da donna, si sentono donne e vogliono essere riconosciute come tali). Non c’è dunque un’essenza della donna o qualcosa che tutte le donne necessariamente devono condividere per essere considerate tali. Vi è piuttosto una relazione di somiglianza tra tipi di donne.

Certo, ciò che accomuna per lo più le donne di diverse comunità è il fatto di essere socialmente ed economicamente discriminate. Ma questo è un fatto contingente e non fa parte della “natura” delle donne. Come tutte le questioni contingenti, è una condizione modificabile. La subordinazione delle donne o degli appartenenti ad alcune razze non è un destino a cui non ci si può sottrarre e a cui non si può porre fine.

 

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1 comment

  1. Ned Stark

    ciò che accomuna la maggior parte delle donne a parte le donne transgender è l’anatomia, i genitali e la possibiltà di partorire (che non è un dovere nè un destino e le donne sterili sono donne) . stesso discorso per gli uomini: tutti gli uomini hanno la medesima a anatomia, cromosomi e i medesimi genitali alla nascita a parte le minoranze di uomini transgender e intersex. Quel che ho scritto (e che è un fatto) non impedisce di lottare per i diritti di persone trans e intersex.

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