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Schopenhauer e la negazione dell’esistenza

Schopenhauer e la negazione dell’esistenza

Ago 30

È rinomato il pensiero schopenhaueriano per la celeberrima citazione secondo cui la vita non sarebbe altro che “un’altalena tra la noia e il dolore”; appiattirlo però su queste parole non gli rende giustizia. Vorrei invitare infatti chi legge a guardare con occhi nuovi a questo grande filosofo, a cui molti altri grandi si sono, come è noto, ispirati. Ad un’accurata analisi, il filosofo di Danzica svela importanti connessioni con pensatori quali Leopardi e Nietzsche le quali meritano inevitabilmente uno spazio a parte, per cui risulta preliminare e propedeutico, invece, ripercorrere qui, attraverso una certa opera di semplificazione, i passi da cui muove questa avvincente riflessione.

L’intima essenza delle cose è la volontà, nella misura in cui ciò che lega ogni fenomeno ‒ concernente tanto l’uomo quanto la natura ‒ è di fatto identico a se stesso, un’universale analogia, un’immutabile e cieca espansione continua, o meglio un perenne aspirare a, che non trova sosta: «mai un termine, mai un appagamento definitivo, mai una tregua» (A. Schopenhauer, Il significato dell’Esistenza, a cura di G. Faggin, Classici di Filosofia, R.A.D.A.R., p.103). Il volere è pienamente autómaton, agisce cioè senza costrizione o fine, incosciente e unico.

Principio ultimo è dunque la volontà la quale, pur nella sua intrinseca singolarità, si dispiega nella moltitudine degli oggetti e degli eventi, sussurrandoci il suo dissidio con se stessa: ovunque lo sguardo umano si posi non può che scorgere l’insorgere di sopraffazioni e dolori, una lotta sempre ripetentesi, e ciononostante è soltanto per il tramite di questa dinamica che la natura sussiste. «La vita è famelica, e la sua pienezza è tutta nella voracità con cui divora se stessa» (ivi, p.17).

Chi sviluppa e coltiva l’intuizione filosofica riesce ad afferrare siffatto crudele segreto: la matrice di tutto non è altro che un disìo di nulla, il quale con incessante forza si alimenta ed estende. Il mondo esiste solo in virtù di quest’ultimo, e precisamente di una delle sue espressioni, che è il soggetto: poiché si dà un soggetto che percepisce, si dà un oggetto percepito: il mondo è rappresentazione e non altro, «la materia è ciò mediante cui la volontà […] penetra nella percettibilità e diventa intuibile, visibile» (ivi, p.93).

Il volere determina nell’uomo, per via del suo essere in toto un abbisognare di mille bisogni, una nostalgia nel senso autentico e profondo di dolore del pensiero per ciò che è inafferrabile, disgiunto, passato, origina cioè un morire in fieri, «..una certa disposizione malinconica, il portar continuamente con sé, un unico, un grande dolore, e il conseguente disdegno di tutti i minori dolori e godimenti» (ivi, p.109).

Posto ciò, l’unico possibile modo di sospendere tale tensione sta nel conseguire la sola “virtù”, pure dovendo ricordare come Schopenhauer intenda passare oltre ogni forma di morale propriamente detta. Essa è il tramite per il quale alla maniera platonica si appercepisce l’uno nel molteplice e il molteplice nell’uno, è il culto di una mente che diviene filosofica, la quale, cioè, di fronte al perenne agognare di sé e trapassare di ogni cosa in fine «si affranca dal servizio della volontà e in tal modo il soggetto cessa di essere soltanto individuale e diventa soggetto di conoscenza puro e libero dalla volontà» (ivi, p.121). In questa libertà si contempla ciascun essere per ciò che è nella sua realtà, fino a concordare con le parole di Byron che con semplice nuda luce vivificano, meglio di tutte le altre possibili, l’intuizione realizzata: «non sono le montagne, le onde e i cieli una parte di me e della mia anima ed io di loro?».

Il negativo in tutte le sue variegate forme è ricompreso nel singolo, superato e si fa oggetto distaccato: è la nota concezione dell’ascesi che muove dalla pietas ed è diniego della volontà.

La reazione, imprescindibile conseguenza della comprensione metafisica, è la non-azione, la decisione di una catarsi che non ammette accettazione passiva del mondo ma piuttosto visione pura e disinteressata di esso. E nella soppressione della vita, del volere, si compie un senso più grande, quello per il quale ‒ in un paradosso solo fittizio ‒ il singolo è ormai vicino al tutto e, giunto al di là della nostalgia, «con la morte perderà solo una piccola parte di sé» (ivi, p.168).


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3 comments

  1. luigi alfano

    si siamo legati alle piante e agli altri esseri , mi viene in mente san francesco e anche gesu’, anche chi non crede nella religione può trovare una filosofia di vita

  2. Roberta

    Sì, in un certo modo. Aggiungerei che si parla anche di “misticismo ateo” a proposito di Schopenhauer.
    Grazie per il tuo commento.

  3. Lucia Cappellone

    il mondo è rappresentazione, è una nostra, soggettiva, rappresentazione… è l’illusione che ci creiamo per quei brevi istanti di felicità… ma se invece il mondo fosse felicità, contemplazione, disillusione, una tensione continua al conoscere, al sapere supremo, a quel sapere di non poter sapere che ci spinge sempre più in alto verso la madre della sapienza?

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