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L’etica stoica V. Valori

L’etica stoica V. Valori

Mag 04

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Onde non cadere in contraddizione e perdere presa sulle coscienze, gli stoici si vedono costretti ad addolcire la sclerotica dogmaticità della loro etica rivalutando quelle cose tra le moralmente indifferenti che giovano comunque alla vita come positive secondo natura e quindi accettabili, apprezzabili e preferibili a ciò che è biologicamente nocivo quale contrario alla natura, quindi avversabile. Gl’indifferenti positivi costituiscono così il valore o stima (axia), ciò che è degno di essere perseguito in quanto contribuisce a una vita secondo ragione. Invece gl’indifferenti negativi costituiscono l’insieme contrario del disvalore (apaxia).

Va precisato che “valore” ha tre significati (cui si oppongono perfettamente tre significati analoghi di “disvalore”):

  1. apprezzamento assoluto di un pregio a prescindere da altre considerazioni;
  2. in un’alternativa, giudizio di apprezzamento relativo di una cosa rispetto a un’altra di minor valore;
  3. tra una molteplicità di cose, scelta discriminante di quelle più positive.

Si prospetta una gradualità di valore tra gl’intermedi positivi e di disvalore tra quelli negativi, di modo che la fascia dei veri e propri indifferenti si restringe alla fine al centro dell’ampio ventaglio iniziale, in quell’intermedio affatto neutro non collocabile né tra i valori né tra i disvalori, privo perciò di peso.

Più importante è l’opposizione tra gl’indifferenti di maggior valore, scelti con un ragionamento discriminante e detti “preferiti” (proegmena) da Zenone, e quelli dal disvalore assoluto, cioè gl’indifferenti “respinti” (apoproegmena) sempre mercé un ragionamento discriminante. Ora, i beni in sé, cioè le virtù scelte per raggiungere la felicità, hanno valore massimo e dunque non sono annoverabili comparativamente tra i preferiti, ma questi ultimi hanno, nel regno relativo degli indifferenti, un che di comune con quei beni assoluti, quasi come beni di seconda classe che, benché condizioni non sufficienti per raggiungere la felicità, sono sue condizioni necessarie o sue cause concomitanti e di rinforzo, scelte sotto costrizione perché in assenza di esse e in presenza dei loro contrari, i respinti, non si vivrebbe, e i morti non sono felici, o non si vivrebbe al meglio delle proprie facoltà razionali superiori. I preferiti sono analoghi ai dignitari, che occupano la dignità immediatamente inferiore a quella regale. Figurano per esempio, in ambito mentale, doti naturali, arte e cultura tra i preferiti e l’inettitudine tra i respinti; in ambito corporeo, bellezza, forza, buona costituzione, proporzione tra gli organi, salute e ovviamente vita tra i preferiti e bruttezza, debolezza, gracilità, malformazione, malattia e ovviamente morte tra i respinti; nell’ambito delle circostanze e delle relazioni esterne, ricchezza, nascita nobile, fama e povertà, oscuri natali e cattiva reputazione tra i respinti.

Come si vede, grazie a queste precisazioni gradualiste volte a ridare valore agl’indifferenti più prossimi alla virtù, l’etica stoica, pur perdendo in eroicità, guadagna in umanità e, il che è cruciale, in praticabilità. Tuttavia gli stoici più massimalisti, duri e puri come Aristone ed Erillo, furono irremovibili nel predicare come fine il vivere con assoluta indifferenza (adiaphoria) verso gli’intermedi tra bene e male, virtù e vizio, equiparati tutti come eticamente irrilevanti senza distinzione di valore, contro l’imborghesimento di Zenone, accolto invece con entusiasmo da quel buon democristiano di Crisippo.


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1 comment

  1. Delfio Boni

    Nonostante che raramente consulto questo tipo di siti, questo le visiterò piu’ spesso.

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