Temi e protagonisti della filosofia

Una critica a un modo erroneo di riferirsi al metodo socratico e dei suggerimenti su come migliorare l’insegnamento della filosofia

Una critica a un modo erroneo di riferirsi al metodo socratico e dei suggerimenti su come migliorare l’insegnamento della filosofia

Lug 13

 

 

Oggi pubblichiamo il primo articolo di Domenico Dodaro. Laureatosi in filosofie e scienze della comunicazione e della conoscenza (laurea triennale) e (con lode) in scienze cognitive (laurea specialistica), svolge attualmente un dottorato all’estero. I suoi interessi di ricerca sono molteplici e spaziano dalla filosofia alla sociologia, dalla psicologia alla politica. Domenico inizia la sua collaborazione con un articolo sull’adattamento del metodo socratico all’insegnamento della filosofia. Ringraziandolo per il contributo, gli diamo il benvenuto tra i collaboratori del blog.

 

 

Quando le lezioni sono improntate al dialogo tra maestro e discente, in particolar modo quando ci si pone molte domande e si impara da questa pratica, si suol fare riferimento al metodo socratico. Tuttavia, nei dialoghi platonici in cui il metodo socratico o maieutica è indirettamente o direttamente presentato (solo nel Teeteto è presentato esplicitamente), Socrate svolge piuttosto la funzione di inquisitore delle credenze dei suoi interlocutori, che ritiene false.
Le tesi dei suoi interlocutori sono confutate principalmente mediante controesempi e reductio ad absurdum. In molti casi poi Socrate si limita a mostrare delle contraddizioni presenti nelle loro credenze.
I dialoghi si concludono o in aporia, come nel caso di Eutifrone e Teeteto, oppure con l’interlocutore che sposa la tesi suggerita da Socrate (sebbene non sempre convintamente…ma ciò a fronte di un’ignoranza di fondo dell’interlocutore, che dogmaticamente o presuntuosamente credeva di sapere e, incalzato da Socrate, scopre invece di non sapere) come nel caso dello Ione. Nel primo caso capita anche che il personaggio che dialoga con Socrate abbandoni la discussione, come fa Eutifrone – riporto le battute finali del dialogo:

Socrate: “Dobbiamo dunque riesaminare da principio che cos’è il santo, perché io, se dipende da me, non mi spaventerò prima di averlo imparato. Non sdegnarti con me, ma in ogni modo fa ora attenzione il più possibile a dirmi la verità: tu la conosci, se mai qualche altro uomo la conosce; e come Proteo non bisogna lasciarti andare prima che tu la dica…Dimmelo dunque, caro Eutifrone, e non nascondermi il tuo parere”; Eutifrone: “Un’altra volta, Socrate; adesso ho fretta di andare in un posto ed è ora di andarmene”.

Proprio per le ragioni indicate penso che il metodo socratico sia sì un ottimo esempio per indicare la presunzione di chi pretende di filosofare senza un’appropriata forma mentis, che consiste prima di tutto nel mettere in dubbio le proprie impressioni e credenze, ma, a mio parere, preso per buono senza delle modifiche e degli accorgimenti non costituisce in sé un buon metodo a cui ispirarsi per l’insegnamento. Ciò perché nei dialoghi platonici c’è sempre un protagonista (Socrate o qualche altro personaggio chiamato a dar voce al pensiero di Platone) che finge di non sapere, ma ne sa di fatto più dell’interlocutore e guida il percorso della conoscenza fino alle battute finali (discorrendo anche molto di più rispetto al suo interlocutore), sia che queste si concludano in aporia, sia che terminino con lo sposare un’alternativa migliore come possibile risposta al quesito epistemico originario. Non penso che così preso sia un buon modello di insegnamento perché in tal modo il protagonista assoluto della lezione è l’insegnante (il Socrate della situazione) e, sebbene gli studenti interagiscano con domande e siano anche chiamati ad esprimere il proprio parere, restano tuttavia in una condizione di totale inferiorità rispetto al docente. Si può giustamente obiettare che è naturale che sia così, giacché l’insegnante ha quasi sicuramente un’esperienza e una conoscenza accumulate negli anni che lo mettono in condizione di assolvere al ruolo che gli è stato assegnato, ovvero insegnare. Però io penso che si potrebbe fare di meglio, ad esempio dando più fiducia alle capacità elaborative degli studenti che, in tal modo, da protagonisti reali, capirebbero forse meglio le informazioni trattate, facendole loro in un modo a se stessi congeniale, pure potenzialmente con degli esiti originali per la produzione di conoscenza stessa (non è un caso che molti protagonisti dei dialoghi platonici, come Eutifrone e Ione, non cogliessero fino in fondo il messaggio di Socrate…ma questo perché l’autore Platone si è probabilmente concentrato di più a usare la maieutica come un metodo originale per sostenere le proprie tesi e al contempo mostrare le debolezze del pensiero filosofico a lui contemporaneo e precedente).
In altre parole: nei dialoghi platonici la verità, se c’è, è in mano all’insegnante. Invece a mio avviso la verità, se c’è, dovrebbe emergere dal dialogo tra docente e discenti e tra i discenti stessi. Senza che essa sia quindi in qualche modo precostituita.
Per questo motivo principale, ovvero la netta subalternità del discente al docente, penso che il riferimento automatico al metodo socratico come miglior metodo o modello di insegnamento di per sé (tesi che mi è capitato di leggere e ascoltare spesso) sia più che altro un’idealizzazione derivata da un certo modo poco critico e accurato di tramandare la conoscenza. Metodo socratico sì! Ma con degli accorgimenti.

Per esempio, un modo già sperimentato di innescare una maggiore democraticità nel processo di apprendimento è quello del cosiddetto circolo o seminario socratico (non a caso ispirato al metodo socratico, ma si tratta di qualcosa di diverso da ciò che si evince dai dialoghi platonici che, come ho sostenuto, è spesso travisato).
Questo metodo di insegnamento consiste nel dare agli studenti un brano rilevante (di una qualsiasi disciplina), non lungo da leggere, chiedendo loro di analizzarlo (ad esempio sottolineandolo e annotando spunti e domande). Il giorno dopo gli studenti sono disposti a caso in due file concentriche. Uno studente del cerchio interno, scelto come leader della discussione, pone una domanda come oggetto iniziale di dialogo sul testo letto il giorno precedente. La domanda di apertura dovrebbe essere significativa e può essere anche suggerita dagli altri studenti del cerchio interno (una variante del circolo socratico meno praticata prevede che sia l’insegnante a porre la domanda di apertura). Naturalmente la domanda non è posta per ottenere una risposta definita, ma solo per far emergere un insieme di possibili risposte e di opinioni sul quesito. Le varie opinioni generano in modo spontaneo nuove domande, che possono essere avanzate da tutti gli studenti del cerchio interno, leader incluso. In questa fase gli studenti del cerchio esterno si limitano ad ascoltare attentamente il dialogo e a prendere appunti dello stesso. Alla fine del dialogo gli studenti del cerchio esterno danno una valutazione sulla sua qualità (una variante meno praticata prevede che si offrano critiche costruttive al posto della valutazione). Dopodiché tutti gli studenti cambiano postazione: quelli del cerchio interno vanno a sedere in quello esterno e svolgono il compito dei valutatori (o critici) e quelli del cerchio esterno vanno a sedere in quello interno e continuano a discutere a partire dal punto in cui era terminato il dialogo. Tuttavia, in un circolo socratico di solito l’insegnante ha solo il compito di accertarsi che siano rispettate le regole del procedimento pedagogico, oltre a quello precedente di scegliere il testo da leggere e quello successivo di valutare gli studenti. Penso che sia troppo poco…

Sebbene io non abbia maturato fino ad adesso esperienze di insegnamento e/o apprendimento in tal senso, credo che una formula migliore del circolo socratico dovrebbe prevedere un ruolo un po’ più attivo dell’insegnante. Questo per svariati motivi, tra cui: 1) l’insegnante potrebbe scegliere questo metodo di insegnamento per prepararsi di meno, per lavorare meno; 2) soprattutto in questo modo si passa da un eccesso a un altro. L’insegnante ha meno opportunità di trasferire la propria saggezza agli studenti e, prima ancora, di insegnare loro il modo corretto di ragionare.
Il problema potrebbe risolversi se è l’insegnante, anziché uno degli studenti, a svolgere la funzione di leader del dialogo (il processo pedagogico continuerebbe ad essere molto più “democratico” rispetto a ciò che risulta dalla lettura dei dialoghi platonici). Poi converrebbe a mio avviso puntare sulla variante per cui gli studenti del cerchio esterno non siano incaricati del compito di valutare ciò che vien detto da quelli del cerchio interno, ma sia dato loro il compito di fornire critiche costruttive. Secondo me non è nemmeno necessario che l’insegnante valuti tutti gli studenti conclusasi l’esercitazione. La valutazione implica infatti una presa di posizione che è estranea allo scopo del dialogo. Meglio valutare gli studenti in altre occasioni specifiche e in altri modi. Inoltre il circolo o seminario socratico potrebbe aver luogo anche se non ci fosse un testo scritto da discutere e se si partisse direttamente da una domanda relativa al corso di studi, posta dall’insegnante o da uno studente qualsiasi. In quest’ultima eventualità il circolo socratico andrebbe a coincidere con un altro simile metodo di insegnamento, che è la discussione di classe. Questo ovviamente non è un problema perché non penso che ci sia un metodo di insegnamento che ha molti più pregi degli altri. Penso che ogni metodo di insegnamento ha sia pregi che difetti, ma che occorrerebbe stimolare maggiormente il dialogo, rendendo gli studenti protagonisti del processo pedagogico assieme all’insegnante o professore. Anzi, probabilmente la migliore soluzione sarebbe alternare diversi metodi di insegnamento durante un medesimo corso di studi, non rinunciando del tutto alle tradizionali lezioni cattedratiche, che svolgono pure una loro peculiare funzione. Queste considerazioni cambiano comunque a seconda della materia che si insegna. In questo articolo mi riferisco implicitamente all’insegnamento della filosofia e di discipline affini. Discipline come la matematica invece necessitano di più lezioni cattedratiche in cui il docente scrive alla lavagna dimostrazioni logico-matematiche. Tuttavia, anche in quel caso, è bene coinvolgere gli studenti, ad esempio dedicando delle lezioni per la risoluzione dei loro dubbi; ovvero lezioni in cui gli studenti possono porre domande su ciò che non hanno compreso. Anche far esercitare degli studenti volontari a scrivere dimostrazioni logiche e matematiche, senza valutarli in questi frangenti, è secondo me un’ottima cosa. Le valutazioni vanno circoscritte a momenti specifici perché la valutazione permanente irrigidisce l’apprendimento trasmettendo paura ai ragazzi. L’apprendimento deve essere un momento di gioia.

Per concludere elenco i vantaggi di un approccio pedagogico maggiormente incentrato sullo studente. Un approccio pedagogico in cui si adottino ad esempio molte più discussioni di classe e/o circoli/seminari socratici:

  1. Capacità di pensiero critico. Gli studenti che partecipano a discussioni di classe e/o circoli socratici si sentono naturalmente più importanti di come si sentono quando il loro ruolo consiste solo in un ascolto passivo della lezione dell’insegnante. Lo studente può riconoscere e affermare pubblicamente le proprie idee. Questo alimenta passione e la passione per la conoscenza alimenta a sua volta la dedizione per lo studio.
    La capacità di pensiero critico viene in parte migliorata per il fatto stesso di poter intervenire, di poter esprimere proprie opinioni e di poter muovere delle obiezioni. Inoltre, essa migliora anche prendendo atto dei punti di vista diversi di diversi studenti e di quelli dell’insegnante. Tutto ciò aiuta a riconoscere la complessità del pensiero filosofico e non. Ciò a sua volta costituisce il miglior allenamento possibile per lo sviluppo di capacità di pensiero critico.
    Tuttavia, questo esercizio non è sufficiente affinché la capacità critica possa essere considerata eccellente (a meno che lo studente non sia già ben dotato di suo). Affinché la capacità critica eccella bisogna anche conoscere la logica argomentativa e in quello i dialoghi platonici sono un buon esempio. Visto che però lì la logica argomentativa è esposta implicitamente e non sistematicamente, e pure in un linguaggio che, seppur tradotto, può essere difficile da intendere, l’insegnante dovrebbe dare agli studenti un manuale contemporaneo di logica argomentativa…che sia il più semplice possibile!
    I punti da (2) a (4) derivano dal ragionamento appena condotto.
  2. Maggiore autostima degli studenti.
  3. Maggiore passione per la conoscenza.
  4. Maggiore dedizione nello studio.
  5. Capacità di pensiero creativo. Il pensiero creativo migliora perché muovere obiezioni a un argomento e/o a un modo di pensare aiuta a scorgere nuovi scenari. Tutto ciò che è stato già menzionato aiuterà poi lo studente a prendere coraggio e confidenza sulle sue capacità elaborative…iniziando a muovere così i primi passi per diventare un buon filosofo.
  6. Abilità oratoria. Questa è importante per un filosofo. Non penso che sia importante per la produzione di conoscenza in sé, che può aver luogo anche solo leggendo e scrivendo. Ma, prima o poi, soprattutto se lo studente sceglierà di diventare a sua volta un insegnante o un professore (ma non solo in quel caso) questa competenza sarà necessaria…inutile sottolineare il perché una pedagogia incentrata sullo studente serva a migliorare questa abilità. È autoevidente.
  7. Miglioramento della capacità di ascolto. Un ascolto attivo fa sì che gli studenti siano più concentrati sull’ascolto durante il processo pedagogico. Questo potrebbe portarli a sviluppare un’attitudine più attenta all’ascolto anche al di fuori dell’aula.
  8. Miglioramento delle capacità relazionali. Gli studenti si alleneranno ad interagire tra di loro e ad interagire con l’insegnante, miglioreranno la loro capacità di ascolto e la loro abilità oratoria. Il pensiero critico e creativo assieme dovrebbe insegnargli ad essere più tolleranti verso punti di vista discordanti dal proprio…semplicemente perché impareranno quanto è complessa la conoscenza e probabilmente impareranno anche ad amare questa complessità. La complessità della conoscenza infatti implica la relatività del sapere. Il tutto dovrebbe portarli a diventare più pazienti, accorti e rispettosi verso i punti di vista dei loro compagni e quelli delle altre persone in genere. Ciò perché impareranno a sospendere il giudizio, come ha suggerito di fare Husserl (e in altri termini prima di lui molti altri, tra cui Socrate stesso e Cartesio).
    Ciò anche per un altro motivo, solo apparentemente paradossale: il confronto tra punti di vista differenti porta facilmente al conflitto. Questo è probabilmente il principale motivo per cui una parte di persone più sensibili evita spesso il confronto. Tuttavia, un approccio pedagogico incentrato sullo studente, ad esempio fatto di discussioni di classe e di circoli socratici, costringerà i più riluttanti a partecipare e i più aggressivi a moderarsi.
    Poi è vero che anche gli assertivi non amano litigare. In un contesto formale come quello scolastico o universitario, e con la presenza del docente, questo rischio è scongiurato. Tutti dovranno per forza imparare a confrontarsi civilmente.

 

Riferimenti bibliografici

  • Platone, Eutifrone.
  • Platone, Ione.
  • Platone, Teeteto.
  • The Socratic circle. http://www.corndancer.com/tunes/tunes_print/soccirc.pdf

 

 


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