Temi e protagonisti della filosofia

Sull’utilità della storia della filosofia

Sull’utilità della storia della filosofia

Apr 01

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A parte alcuni dubbi sulla relazione necessaria tra filosofia e storia della filosofia, notiamo che sia N. Abbagnano sia G. Boniolo concordano su una tesi rilevante: la storia della filosofia serve a chi voglia fare buona filosofia, perché ha qualcosa da insegnare. Difatti, essa consente di apprendere sia dai successi argomentativi dei filosofi sia dai loro insuccessi, ossia dai loro errori. Per essere precisi, Abbagnano accetta la tesi generale ma, rispetto a questo secondo punto, sembra di parere diverso (Storia della filosofia, 2007, vol. 1, p. viii):

Non si troveranno […] in quest’opera [di storia della filosofia] critiche estrinseche, che pretendano mettere in luce gli errori dei filosofi. La pretesa di impartire lezioni di filosofia ai filosofi è ridicola.

Certo, la pretesa è ridicola: se non altro perché tutti i filosofi del passato sono morti. Ma per l’appunto, la questione è un’altra. Qui non si tratta di insegnare qualcosa ai grandi filosofi. Si tratta, più modestamente, di imparare noi da quegli errori, dai quali nessuno è immune. Imparare dagli errori significa, anzitutto, imparare a evitarli, ossia non ripeterli; ma per evitarli è importante conoscerli e saperli riconoscere. Magari tale conoscenza aiuterebbe a fare una filosofia migliore di quanto sarebbe senza la consapevolezza di quegli errori.

La storia della filosofia insegna anche questo, pertanto sarebbe opportuno apprenderla almeno un po’. Tuttavia, è necessario intenderla in un certo modo, affinché sia d’effettiva utilità per la pratica filosofica. Come possa essere intesa per soddisfare questa esigenza, lo chiarisce Boniolo (Quattro questioni per ridiscutere sulla filosofia, 2002, p. 3):

La storia della filosofia dovrebbe essere ripensata nel senso di porre maggiore attenzione alla struttura logico-argomentativa delle giustificazioni portate dai vari filosofi. In tal modo, la storia della filosofia si trasformerebbe da narrazione filologico-cronologica ad attenta ricostruzione filosofica del modo in cui un autore ha risolto i problemi che si è trovato ad affrontare e del modo in cui ha giustificato la soluzione proposta.

Se la filosofia è argomentazione, allora la storia della filosofia non può prescindere dalla ricostruzione delle argomentazioni, né sottovalutarla. Forse non è indispensabile, come pare caldeggiare Boniolo, che l’aspetto narrativo sia scalzato a favore di quello argomentativo. Si dovrebbe realizzare, invece, una storia della filosofia che contempli il bilanciamento d’entrambi gli aspetti. Difatti, la storia della filosofia senza narrazione si appiattirebbe sulla filosofia; ma senza argomentazione si schiaccerebbe sulla storia.

A parte questa cautela, è auspicabile non considerare la storia della filosofia come una “agiografia filosofica” (l’espressione è di Boniolo) ma piuttosto come “una terra dove non ci son santi né eroi” (l’espressione è di Bennato). Come una disciplina, in altre parole, che illumini pregi logici e argomentativi dei ragionamenti filosofici, senza però sottacere errori e fallacie. Da questo punto di vista, meritano attenzione le osservazioni di N. Warburton ne Il primo libro di filosofia (2007, p. 5):

Ogni serio studio della filosofia comporterà una combinazione di studio tematico e di studio storico, poiché se non conosciamo gli argomenti e gli errori dei filosofi precedenti non possiamo sperare di portare alcun contributo sostanziale alla disciplina.

È controproducente, infatti, il timore reverenziale verso i grandi filosofi, che spesso sono stati i primi a costruire i loro argomenti rilevando che cosa ci fosse di sbagliato in quelli di altri. Di certo, evidenziare i loro errori non ne offuscherà la grandezza, che rimarrà intatta. Al contrario, non evidenziarli danneggerebbe chiunque volesse portare un valido contributo alla filosofia.

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8 comments

  1. Spero di non dire una cosa troppo stupida. Se noi facciamo storia della filosofia per imparare ad evitare gli errori compiuti dai filosofi del passato ( da tutti, anche dai più grandi) allora quando poi filosoferemo, lo faremo con accortezza, evitando gli errori dei pensatori del passato. I nostri risultati saranno MIGLIORI di quelli dei pensatori passati. Se questo criterio venisse applicato da tutti i filosofi, si avrebbe una storia della filosofia dove c’è un miglioramento progressivo dei risultati. Penso che questo implichi ( o presupponga) un limite ultimo in cui compaia una filosofia priva di errori, sulla quale tutti allora dovrebbero concordare. Ma a quel punto studiare storia della filosofia non avrebbe più senso. O no? 1 saluto

    • Stefano Corsi

      Valerio, grazie per gli spunti di riflessione. Mi permetto solo alcune osservazioni (e anch’io mi auguro che non siano troppo stupide!).

      Anzitutto, devo smussare la rigidità con cui si potrebbe interpretare la tesi sostenuta nell’articolo. Il punto non è: “se conosci le fallacie dei filosofi passati, allora le eviti consapevolmente”; ma è: “se conosci le fallacie dei filosofi passati, allora hai gli strumenti per evitarle consapevolmente”. Di conseguenza, non credo di poter accettare le conclusioni che trai, in particolare l’idea del miglioramento progressivo dei risultati filosofici.

      In secondo luogo, la conoscenza storico-filosofica serve anche a conoscere le fallacie: apprenderle non è il suo unico obiettivo. Pertanto, ammesso che si riesca a giungere a una filosofia priva d’errori, forse lo studio della storia della filosofia non sarebbe ancora inutile. Questa è un’altra ragione per la quale non sono convinto che l’obiezione centri il bersaglio.

      Tuttavia, assumiamo pure che colga nel segno. Essa, forse, presuppone almeno quattro asserzioni: (1) che il numero delle fallacie conoscibili sia un numero finito, (2) che possa darsi un tempo storico t’ entro cui ciascuna fallacia conoscibile sia stata conosciuta, (3) che possa darsi un tempo storico t”, successivo a t’, entro cui ciascuna fallacia conosciuta sia stata evitata una volta, (4) che ciascuna fallacia evitata una volta non si possa ripetere un’altra volta.

      Se concordi che l’obiezione presupponga queste asserzioni, e che le asserzioni siano meritevoli d’attenzione, allora t’invito a provarle. Altrimenti, cercherò volentieri di capire dove sbaglio.

      Nota a margine: non sono certo che una filosofia priva d’errori logici sia una filosofia con la quale si debba concordare. Difatti, la bontà (o validità) di un argomento è indipendente dalla sua efficacia (o persuasività). Ma approfondirò la questione e magari ne riparleremo.

      A presto!

  2. Evoluzione non significa che la realtà procede come una freccia verso il bersaglio della perfezione da centrare, perché nel continuo movimento al quale il tutto è piegato anche quello che appare come un processo lineare è, in realtà, il segmento di una indefinita curvatura. Questo significa che per evoluzione si deve intendere il compimento delle possibilità implicite all’essere. Non significa che ciò che viene dopo sia necessariamente migliore di quello che l’ha preceduto. È un grave errore credere che sia sempre possibile migliorare il passato. Guardate fuori dalla finestra e osservate la nostra moderna civiltà che direzione ha preso. L’esistenza è ciclica e a ogni possibilità evolutiva deve corrispondere un’altra possibilità involutiva. Credere di poter necessariamente migliorare il passato è un’illusione, perché a volte è possibile altre volte no, e queste possibilità si vanno diradando quando si svolgono all’interno di sfere di realtà che non appartengono alla materializzazione che caratterizza la nostra epoca storica. Quando si tratta di filosofia o, per essere più precisi, di conoscenza, ci si deve rammentare che non si sta parlando di un tostapane relativamente facile da lucidare. Si parla di consapevolezza dei princìpi sui quali l’esistenza poggia e si esprime. Quali sono gli strumenti che il vostro intelletto userà per riconoscere gli errori eventuali commessi dai pensatori del passato? Cosa vi fa credere di essere così intelligenti da poter far funzionare il vostro pensiero in modo che sia efficace tanto da saper distinguere il vero dal falso? Pensate che il vivere in un attico con l’acqua calda in rete sia vantaggioso dal punto di vista di un conoscere che vi appartiene, ma che vi vedrebbe morti dopo una settimana di vita nella giungla o in un deserto? Davvero supponete di essere migliori degli antichi pensatori solo perché sotto casa avete un SUV parcheggiato male? La consapevolezza è cosa diversa dal conoscere nozionistico che vi fornisce una moltitudine di elementi da ordinare senza che abbiate la capacità di poterlo fare. Non si può attribuire alla quantità ciò che appartiene alla qualità. Se l’essere in possesso di un’enorme quantità di numeri assicurasse la capacità di risolvere funzioni matematiche complesse allora vi darei ragione, ma chi non conosce i princìpi del calcolo matematico non può pensare che basi mettere in fila numeri a casaccio per risolvere l’equazione più complessa dei chiodi che crocifiggono la nostra superbia. Ho scritto questo messaggio in fretta e non lo voglio nemmeno rileggere né correggere, per non togliergli l’animosità che suscita in me leggere considerazioni, come quelle che avete espresso, così ridicole.

    • Stefano Corsi

      Ringrazio l’autore del commento precedente, perché mi permette di segnalare almeno un grave errore da non commettere in un dialogo razionale. Non si dovrebbe attribuire all’avversario una tesi che egli non sostiene.

      Se lo si fa, si cade in una fallacia di presupposizione o pseudo-deduttiva, chiamata fallacia dell’uomo di paglia. Essa consiste nell’attribuzione all’avversario di una tesi diversa, di solito più debole, o più implausibile, o più ridicola di quella che in realtà egli sostiene. In questo modo, diventa più agevole attaccarla. Peccato però che, anche qualora la si confutasse, non si sarebbe criticato null’altro che una tesi montata ad hoc. Dunque la tesi sostenuta dall’avversario rimarrebbe ancora valida.

      Esercizio per casa: si trovi la tesi sostenuta nell’articolo “Sull’utilità della storia della filosofia”, s’individui la tesi che gli è stata attribuita nel commento precedente, e si spieghi perché l’autore del commento incappa nella fallacia dell’uomo di paglia.

      «Quali sono gli strumenti che il vostro intelletto userà per riconoscere gli errori eventuali commessi dai pensatori del passato?» Gli stessi strumenti codificati, tramandati e raffinati in decine di secoli di storia della filosofia proprio da quei pensatori: logica e argomentazione.

  3. La logica e l’argomentazione non bastano per individuare i princìpi universali dai quali far procedere il ragionare. Se fossero sufficienti ognuno che possedesse logica, e l’intelligenza per usarla nell’argomentare, arriverebbe alle stesse conclusioni perché la verità, nella sua essenza, è unica, mentre così sappiamo non essere. Dovresti riflettere sul fatto che le filosofie sono molte mentre la metafisica è una. La metafisica è priva di contraddizioni, e le diverse visuali di cui si avvale compongono un unico disegno d’insieme. Naturalmente escludendo le innumerevoli contraffazioni delle quali la verità dei princìpi è oggetto. Addirittura è chiamata metafisica lo sragionare privo di princìpi di Kant. Nessuno meglio dei filosofi sa quanto la filosofia sia inadeguata alla comprensione di chi si è e del fine della propria esistenza. In definitiva l’unico fine dei filosofi sta nelle chiacchiere vuote e nelle vane prese di posizione per giustificare la propria mancanza di qualificazioni che, sole, aprirebbero alla possibilità di guardarsi dentro nelle proprie reali intenzioni che, almeno qui, sono da “salotto buono” dopo una partita a scopone scientifico. Altro che coda di paglia…

  4. Per la volontà di fare chiarezza è necessario ricordare che la tesi esposta sopra tratta dell’opportunità, data dal conoscere la storia del pensiero filosofico, di poter correggere gli eventuali errori commessi nel passato, al fine di utilizzarli per denudare una verità che ancora i filosofi non conoscono nella certezza, magari ancora un filino non assoluta. Nel mio rispondere a questa tesi che dà per scontato l’essere più intelligenti dei filosofi di oggi soltanto perché l’idea che si sono fatti dell’evoluzione implica il miglioramento concesso dal trascorrere del tempo, cosa che, in sé, non si capisce come possa generare miglioramenti, considerata la condizione degradata di vita che le moderne società ostentano senza pudore… dicevo che questa supposta intelligenza novella dei filosofi moderni, cioè voi che scrivete su questo blog, non solo è ridicola ipotesi non comprovata dal vostro esprimere concetti da seconda classe media inferiore, ma costituisce un insulto per personaggi come sono stati Socrate, Aristotele, Platone, Dante e tutti coloro che della conoscenza dei princìpi non hanno fatto vanto, essendosi impegnati ad aiutare l’umanità senza, per questo, doversene compiacere.

  5. Nel primo discorso da me pubblicato su questo blog, dal titolo “Cosa si deve intendere per princìpi universali”, ho esposto esempi di cosa siano i princìpi universali. Nessuno di voi ha commentato. Devo pensare che non avete capito cosa ho scritto, oppure che ve la siete svignata? Mi si dice che ho la coda di paglia, quando ho solo risposto, in un modo lineare e logico, a delle conclusioni da scolaretti poco dotati che avete pubblicato sul blog spacciandole come cose di cui non vergognarsi. Credetemi, il filosofare non ha bisogno di intelligenze inferiori, piazzate all’interno di palloni gonfiati dalla presunzione, e il vostro supporre di essere così intelligenti da poter correggere gli errori commessi in passato sarebbe tutta da verificare nei fatti, perché fin’ora non si è letto nulla di efficace, logico e risolutivo, attorno alle questioni che, da sempre, affliggono il lato maggioritario e in ombra dell’umanità.Quell’ombra è data dalle cattive intenzioni che oscurano la vista interiore e spirituale di coloro che sono tesi soltanto verso il proprio guadagno brutale.

    • Stefano Corsi

      L’analisi dei tre commenti precedenti è utile per almeno due ragioni. (1) Mi permette di anticipare la presentazione d’alcune fallacie che approfondirò trattando di logica informale. (2) Mi consente di riaffermare per via indiretta la tesi espressa nell’articolo “Sull’utilità della storia della filosofia”.

      1.

      Gli ultimi commenti si fondano su un equivoco. Esplicitarlo permetterà di chiarire meglio la fallacia dell’uomo di paglia. A che cosa si riferisce l’espressione “uomo di paglia”? Come nel Medioevo i cavalieri potevano allenarsi con un fantoccio prima di duellare con un avversario in carne e ossa, così nel dibattito razionale può capitare che uno dei contendenti attacchi una tesi costruita ad hoc, anziché la tesi reale dell’avversario. Si chiama “uomo di paglia”, appunto, la tesi fittizia attaccata, non chi la costruisce. Al massimo, “uomo di paglia” potrebbe essere l’avversario inesistente cui si attribuisce la tesi fittizia, ma – di nuovo – non chi gliela attribuisce.

      Di conseguenza, confondere l’affermazione «Tizio commette la fallacia dell’uomo di paglia» con l’affermazione «Tizio è un uomo di paglia» significa cadere in un fraintendimento. Le due affermazioni non sono equivalenti, poiché la prima mira alla rilevazione di un errore nel procedimento argomentativo (dunque è ammissibile in un discorso razionale), mentre la seconda mira a colpire il sostenitore di una tesi, non la tesi stessa (dunque non è ammissibile in un discorso razionale). In questo caso, si parla di fallacia ad personam, la cui caratterizzazione vale la pena d’introdurre, perché ricorre abbondantemente nei commenti.

      La fallacia ad personam consiste nell’attaccare il sostenitore di una tesi per screditarlo, anziché fornire argomenti contro la tesi stessa. Tuttavia, attaccare la persona è irrilevante dal punto di vista razionale, dato che non tocca l’argomento. Ecco un esempio: «Il signor Rossi afferma che bisogna pagare le tasse, ma il signor Rossi è un noto evasore fiscale, quindi è falso che bisogna pagare le tasse». Si controbatte a questa fallacia mostrando che, in generale, deplorare il comportamento del signor Rossi è ininfluente per stabilire il valore di verità di ciò che afferma. Ciascuno può riconoscere da sé le fallacie ad personam presenti nei commenti qui sopra.

      È interessante osservare che quelle fallacie ad personam nascono dall’aver frainteso il significato di “uomo di paglia”, ossia dalla confusione tra il riconoscimento di un errore procedurale e un attacco diretto alla persona che ha commesso l’errore. Forse, grovigli di pensieri come questo si potrebbero dipanare preventivamente, se si conoscessero almeno un po’ le fallacie. E questa ipotesi riporta alla tesi reale sostenuta nell’articolo.

      2.

      Analizzando gli ultimi commenti, si nota che, oltre alle fallacie menzionate (fallacia dell’uomo di paglia, fallacia ad personam, e un fraintendimento frequente, che potrebbe essere una fallacia di equivocazione), ne ricorrono altre, anche più raffinate. Tuttavia, in un’analisi preliminare come questa, non è necessario metterle in luce. Le fallacie evidenziate sono ampiamente studiate e conosciute, perché molto frequenti nei discorsi quotidiani. Pertanto, è sufficiente una minima conoscenza di logica informale per evitarle agevolmente. Ignorandole, invece, è facilissimo inciamparvi.

      Quando si decide di intraprendere un dialogo che voglia essere razionale, è bene conoscere almeno le fallacie più frequenti. Se non le conosciamo, infatti, rischiamo di commetterle senza accorgercene. Commettere fallacie, soprattutto le più comuni, rende più debole e meno persuasivo – finanche inconsistente – il nostro pensiero alle orecchie di chi ci ascolta o agli occhi di chi ci legge.

      Le fallacie si apprendono anche studiando la storia della filosofia: ecco perché è utile affrontarla. Non si tratta di conoscere la storia della filosofia per correggere gli errori dei filosofi (passati o presenti), ma – come sostenuto nell’articolo “Sull’utilità della storia della filosofia” – si tratta di conoscerla per poter prevenire, o correggere, i nostri errori. Così potremmo sperare di migliorare la nostra capacità di fare filosofia e, più in generale, di sostenere un dibattito razionale.

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