Temi e protagonisti della filosofia

Una definizione (minima) di filosofia

Una definizione (minima) di filosofia

Feb 04

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Quando siamo partiti alla ricerca di chi fosse filosofo, pareva arduo individuare qualcosa di comune a tutti i filosofi. In effetti è difficile, perché dobbiamo ammettere che esista una caratteristica rilevante condivisa dai filosofi in quanto tali. Tuttavia, pochi negherebbero che ciò che essi fanno sia affrontare razionalmente questioni fondamentali inventando o criticando argomenti, ragionare intorno a concetti per analizzarli o chiarirli e, insomma, avere a che fare con il ragionamento. Proprio una tale attività accomuna filosofi tanto diversi e lontani nella storia.

A questo punto, qualcuno potrebbe obiettare: «Hai detto che il filosofo parte da problemi, propone soluzioni e argomenta validamente a loro favore. Se però guardo il manuale di storia della filosofia, come talvolta mi hai invitato a fare, spesso non trovo argomentazioni. Pertanto, devo concludere che l’argomentazione non è necessaria per filosofare».

Questa è una valida obiezione, ma forse non è del tutto convincente, per almeno due ragioni. In primo luogo, accettarla condurrebbe a esiti difficilmente condivisibili: sarebbe corretto affermare, per esempio, che osservazione ed esperimento non sono necessari alla scienza, dal momento che certi manuali scolastici presentano solo dati e risultati, senza ricostruire il processo scientifico condotto per giungervi.

Inoltre, il problema sollevato dall’obiezione è didattico o pedagogico, oppure storico, ma non filosofico. Sovente l’aspetto argomentativo della filosofia non trapela dai manuali, perché capita che l’argomentazione – il ponte razionale tra domanda fondamentale e risposta – si perda per vari motivi. Possono essere motivi didattici, ossia di semplificazione a danno della complessità teoretica ma a (presunto) vantaggio dei discenti; oppure storici, nel senso che non ci sono pervenute le fonti per ricostruire nella loro completezza i ragionamenti dei filosofi, come accaduto per molti antichi. Tuttavia, ciò non compromette l’idea, anzi forse la conferma, secondo cui per filosofare si deve applicare l’argomentazione.

Riepilogando, siamo giunti a una definizione di filosofia, per quanto prudente e provvisoria perché sempre discutibile. La filosofia è un’attività razionale, o un insieme d’attività razionali, volte a risolvere problemi fondamentali mediante l’uso dell’argomentazione. Finalmente allora possiamo rispondere alla domanda da cui siamo partiti – chi è filosofo? Filosofo è chi s’impegna nell’attività filosofica, intesa nel senso che abbiamo esplicitato. Ma allora, nulla di nuovo rispetto alla risposta alla Forrest Gump già tentata all’inizio: «Filosofo è chi fa filosofia»? In realtà, una novità c’è: nel frattempo abbiamo chiarito che cosa sia la filosofia.

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3 comments

  1. Giuseppe Spolaore

    Sono simpatetico nei confronti della caratterizzazione — non parlerei di ‘definizione’ — proposta (in particolare per quello che esclude).
    Naturalmente essa pone più problemi di quanti ne risolva, ma questo è inevitabile. Consideriamo ad es. l’espressione “volta”, che vi ricorre. Il problema qui è specificarne l’ambito. Mi spiego. Io sono filosofo. Il mio scopo è risolvere problemi fondamentali. Per farlo devo mangiare. Per mangiare, metto la mia razionalità a frutto, truffando la gente. La mia attività razionale (di truffa) è volta alla soluzione di problemi fondamentali. Eppure non è attività filosofica (vero?).
    Dovremmo dunque qualificare “volta” in modo tale da escludere che le mie truffe risultino a qualche titolo filosofiche. Diremo ad es. “volta DIRETTAMENTE”. Ma ora c’è il rischio di escludere troppo. Scrivo un articolo in cui cerco di mostrare (chennesò) che la nozione di giustificazione presupposta da E. Gettier nel suo articolo su Analysis è problematica. La mia attività è ALLA FIN FINE volta a risolvere un problema fondamentale (qual è la relazione tra conoscenza, giustificazione, credenza etc.?). Ma non DIRETTAMENTE. DIRETTAMENTE, è volta solo a mostrare che Gettier ha preso un granchio, un problema almeno in apparenza tutt’altro che fondamentale. Eppure la mia attività è filosofica (vero?).
    Tutto questo solo per dire quello che era ovvio fin dall’inizio. Una caratterizzazione della filosofia la può ben capire solo chi ha già le idee ragionevolmente chiare su cosa sia la filosofia. È soprattutto un modo per prendere partito, per darsi, in quanto filosofi, una rotta. Così intesa la caratterizzazione, ripeto, mi trova largamente d’accordo.
    Ciao.

    • Stefano Corsi

      Giuseppe, grazie per aver problematizzato la caratterizzazione proposta (sì, ‘caratterizzazione’ è più appropriato di ‘definizione’). Magari, dato che non la considero tanto un punto di arrivo, quanto un punto di partenza, ci tornerò in prossimi contributi.

      Se ho capito bene, la caratterizzazione è stretta in un dilemma, dal quale forse si può sfuggire rinunciando a qualificare quel “volta”. In tal modo, potremmo continuare a chiamare “filosofia” tanto il tentativo di mostrare che il tale filosofo ha preso un abbaglio, quanto il tentativo di risolvere direttamente un qualche problema fondamentale, come quale sia la relazione tra conoscenza, credenza e giustificazione.

      Allora dobbiamo rassegnarci a considerare “filosofica” anche l’attività truffaldina? Forse no. In effetti, tra attività diverse come “scrivere un articolo per mostrare che il tale filosofo ha preso un abbaglio” e “risolvere problemi fondamentali” sembra intercorrere una certa “aria di famiglia”, che invece non pare esserci tra “truffare la gente per mangiare” e “risolvere problemi fondamentali”. Si tratterebbe di capire più precisamente in che cosa consista la differenza tra “scrivere un articolo per mostrare ecc.” e “truffare la gente per mangiare”.

      Forse, dato che “truffare la gente” e “scrivere un articolo” sono entrambe attività razionali, la differenza va cercata negli scopi mediani: “mangiare” e “mostrare che ecc.”. Il primo non sembra avere direttamente a che fare con un’attività razionale, ma il secondo sì: presuppone l’esposizione di una tesi, presuppone un metodo per far valere la tesi, e così via. Forse per questo motivo “scrivere un articolo per mostrare che ecc.” è considerata attività filosofica e “truffare la gente per mangiare” non lo è.

      Tutte ipotesi grezze. Col che non ho risolto né obiettato alcunché, e ho il sospetto che anche questa proposta moltiplichi i problemi senza risolvere un bel nulla, ammesso che abbia capito i punti sollevati nel commento. Tuttavia ho solo ribadito quanto già osservato nel commento e che mi trova d’accordo: che per capire una caratterizzazione della filosofia bisogna avere già le idee ragionevolmente chiare su che cosa sia la filosofia.

      A presto,
      Stefano

  2. Quando si “argomenta” due sono le vie disponibili: la prima unisce, la seconda divide. La prima è sintetica, la seconda analitica. La consapevolezza metafisica è essenzialmente sintetica, perché conseguenza della vista interiore immediata e successivamente, ma dovendo lasciare l’Essenza, incomunicabile perché non relativa, questo vedere potrà essere sottoposto anche all’analisi, non perdendo di vista i princìpi universali che orienteranno ogni esposizione e ogni illustrazione di ciò che è comunicabile. Si può esperire la conoscenza metafisica anche senza dover argomentare, perché questa costituisce il sapere che non è sottomesso alla possibilità di essere discusso. I princìpi universali conosciuti in modo assolutamente certo sono sempre gli stessi per tutti quelli che li vedono. Se e quando c’è errore questo sarà da attribuire ai limiti dell’individuo che decide di interpretare.

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