Temi e protagonisti della filosofia

Che cos’è la filosofia della religione? Intervista di Tudor Petcu ad Adriano Fabris

Che cos’è la filosofia della religione? Intervista di Tudor Petcu ad Adriano Fabris

Feb 09

 

 

Nota introduttiva: Oggi pubblichiamo un’intervista ad Adriano Fabris. Professore ordinario di Filosofia morale all’Università di Pisa, dirige la rivista “Teoria” e collabora a molte riviste e collane prestigiose.
Tra le sue pubblicazioni recenti: Filosofia, storia, temporalità. Heidegger e i problemi fondamentali della fenomenologia, ETS, Pisa 1988; Introduzione alla filosofia della religione, Laterza, Roma-Bari 1996, 2002; Tre domande su Dio. Un “game book” filosofico, Laterza, Roma-Bari 1998; “Essere e Tempo” di Heidegger. Introduzione alla lettura, Carocci, Roma 2000; I paradossi dell’amore fra grecità, ebraismo e cristianesimo, Morcelliana, Brescia 2000; Paradossi del senso. Questioni di filosofia, Morcelliana, Brescia 2002; Etica della comunicazione interculturale, Eupress, Lugano 2004; Teologia e Filosofia, Brescia, Morcelliana 2004; Etica della comunicazione, Carocci, Roma 2006; Senso e indifferenza. Un clusterbook di filosofia, ETS, Pisa 2007; Heidegger (con Antonio Cimino), Carocci, Roma 2009; Filosofia del peccato originale, Alboversorio, Milano 2009; TeorEtica. Filosofia della relazione, Morcelliana, Brescia 2010; La scelta del dialogo, Messaggero, Padova 2011; Etica delle nuove tecnologie, La Scuola, Brescia 2012; Il peccato originale come problema filosofico, Morcelliana, Brescia 2014.

 
D: Prima di tutto, la prego di dirmi come sarebbe possibile una vera filosofia della religione, poiché possiamo pensare anzitutto alla differenza tra filosofia e religione. Il rapporto tra filosofia e religione ci ha sempre messo di fronte alla domanda: che cos’è la filosofia e che cos’è la religione? Ci sono infatti delle questioni generali, ma il rapporto di cui parlo implica degli argomenti sui quali è importante continuare a fare luce, questa è la ragione per cui ho voluto domandarle come è possibile una vera filosofia della religione.

R: Filosofia e religione, considerate da un punto di vista antropologico, sono due possibilità dell’essere umano. Dovremmo parlare più precisamente di atteggiamento filosofico e di esperienza religiosa. L’atteggiamento filosofico è quello per cui chi fa filosofia prende le distanze dalle cose del mondo, dagli altri esseri umani, addirittura da se stesso, e si pone alcune domande, cercando di comprendere ciò che nelle cose, negli altri esseri umani, in lui stesso lo sorprende e lo coinvolge. Questo distacco assume varie forme. Può essere un’oggettivazione, può essere la semplice posizione di un tema. In ogni caso, attraverso le domande, e i tentativi di risposta che chi fa filosofia può dare, il filosofo si disloca rispetto al mondo, agli altri esseri umani, a se stesso. Si trova, più precisamente, in una condizione paradossale: è al tempo stesso fuori (grazie all’atteggiamento filosofico) e dentro (nella sua vita, di cui pure l’atteggiamento filosofico è parte) la relazione con le cose, con gli altri, con se stesso. Il problema della filosofia è dunque quello di capire questa relazione e motivare a metterla in opera bene.
L’esperienza religiosa, sempre da un punto di vista antropologico, è animata invece e anzitutto da un coinvolgimento preliminare. Nella tradizione ebraico-cristiana, ma anche nel contesto islamico, questo coinvolgimento si chiama “fede” (sebbene nelle tre religioni monoteistiche principali il termine abbia accezioni parzialmente diverse). La fede apre prospettive, mi offre un riferimento stabile, mi coinvolge in una dimensione di senso a partire da cui ogni mio pensare e ogni mio agire – dunque anche il distacco messo in opera dall’atteggiamento filosofico – trovano collocazione e orientamento. L’essere umano religioso accoglie questa dimensione preliminare perché, il più delle volte, ne è preso. Da questa relazione fondamentale – il re-ligamen delle religioni – ogni altra relazione umana viene indirizzata.
Questa è però l’accezione antropologica, declinata in un senso individuale, dei termini “filosofia” e “religione”. In una prospettiva differente, filosofia e religione possono essere considerate anche fenomeni sociali, possono essere studiate cioè in relazione alle istituzioni a cui sono correlate (rispettivamente, per esempio, le università e le Chiese), possono poi essere esaminate nelle loro invarianze nel corso della storia e nelle differenti manifestazioni che, appunto storicamente, esse assumono (e in quest’ultimo caso è bene parlare di “filosofie” e di “religioni”, al plurale), e così via.
Nel caso della religione infine – proprio perché, anche se in maniera diversa dalla filosofia, la religione è il segno dell’andare oltre se stesso da parte dell’essere umano, e di un trascendersi che si attua all’interno di una dimensione relazionale più ampia, nella quale l’essere umano si trova inserito – essa può anche venir studiata considerando questo spazio più ampio al di là dell’essere umano stesso: uno spazio in cui l’iniziativa della relazione non è determinata dal soggetto, ma da una realtà ulteriore che definisce anche, manifestandosi, i criteri e l’ambito propri di questa relazione. Considerata in tal modo la religione diviene oggetto di un’indagine di tipo riflesso, come quella che, nel contesto ebraico-cristiano, è sviluppata dalle discipline teologiche.

 
D: Mi ha sempre interessato lo studio del rapporto tra filosofia e cristianesimo, ma per ora sarei curioso di sapere qual è la sua opinione sul rapporto tra filosofia e Islam. Come dovremmo capire la filosofia dell’Islam e qual sarebbe infatti il più importante contributo dell’Islam all’evoluzione della filosofia?

R: Il contributo che l’Islam ha dato alla filosofia è stato importante in alcuni momenti ben precisi della storia del pensiero, ad esempio in epoca medievale. Ma non è questo ciò che oggi risulta maggiormente significativo. Non basta, per rispondere alla sua domanda, tornare al passato e segnalare l’apporto che i pensatori islamici hanno dato in certi periodi storici alla trasmissione e all’approfondimento dei testi fondamentali della filosofia greca. Dobbiamo capire che cosa l’Islam può dare oggi alla filosofia, e che cosa la filosofia può offrire all’esperienza religiosa islamica.
Per rispondere a questa domanda è necessario anzitutto fare piazza pulita dell’idea che l’Islam comporti solamente esiti di carattere fondamentalistico. A partire dall’ultimo periodo dell’Ottocento, per tutto il Novecento e fino ad oggi il confronto con la cultura occidentale e con le sue forme di pensiero, fra cui c’è anche l’indagine filosofica nelle sue varie correnti, è stato importante e significativo per molti intellettuali islamici, formatisi per esempio in alcune università europee. Essi hanno cercato di mediare fra la tradizione e i principi religiosi dell’Islam, da un lato, e le sollecitazioni provenienti dalle forme di pensiero occidentali, dall’altro. Oggi poi tale mediazione è un compito ancora più urgente e si configura in forme ancora diverse, dal momento che i processi di migrazione hanno portato all’interno della stessa Europa la necessità di un’interazione fra approcci di pensiero di diversa tradizione, sotto il segno della ricerca di un comune orizzonte universale. Si veda la presentazione di questi tentativi nel libro di Massimo Campanini, Il pensiero islamico contemporaneo (Il Mulino, Bologna 2016).
La questione di fondo, comunque, è quella dell’interpretazione. L’Islam, come già varie volte nel suo passato, è chiamato oggi a fare i conti con la necessità d’interpretare il testo sacro e la Sunna tenendo conto del cambiamento di luogo e di tempo con cui deve interagire ciò che è tramandato dalla tradizione. Anche per favorire questo processo d’interpretazione, davvero inevitabile, l’indagine filosofica può fornire il proprio aiuto.

 
D: Ora, con il suo permesso, mi piacerebbe parlare del rapporto tra filosofia e cristianesimo e anche della filosofia cristiana che è cosi tanto importante. È corretto dire che la filosofia è un’eredità del cristianesimo? Credo che sia necessario parlare della vocazione filosofica del cristianesimo ma anche della vocazione cristiana della filosofia, perché una filosofia cristiana è sempre esistita (perlomeno a partire dalla predicazione di Paolo di Tarso) ed esiste anche ai nostri giorni. Allora, sarebbe la filosofia senza un rapporto diretto con la teologia cristiana più povera? Se sì, La prego anche di dirmi come intende Lei la povera filosofia.

R: C’è storicamente, nella tradizione occidentale, un legame molto stretto tra filosofia e cristianesimo: o, più precisamente, fra l’impostazione di un pensiero che è stato sviluppato per la prima volta in Grecia e la tradizione ebraico-cristiana. Un autore ebreo come Franz Rosenzweig parla dell’Occidente come di una terra in cui due correnti – quella filosofica e quella religiosa – confluiscono in un unico fiume, mescolandosi fra loro.
Ciò ha prodotto certamente problemi e tensioni, ma costituisce anche la specificità e la ricchezza della nostra tradizione. Nel caso specifico del cristianesimo si parla, da un lato, di “cristianizzazione dell’ellenismo” e, dall’altro, di “ellenizzazione del cristianesimo”: a indicare un duplice movimento che si è verificato non solo nei primi secoli della cristianità, ma che vede la sua dinamica estendersi fino ai nostri giorni. Da questo punto di vista, allora, una “filosofia cristiana” è quella che riconosce, quali problemi suoi propri, gli stessi problemi che ha affrontato la filosofia antica, la filosofia pagana, e che però si accorge che tali problemi sono gli stessi in cui la stessa esperienza cristiana, ancora oggi, non cessa d’imbattersi. Per questo vale la pena di affrontarli, sempre e di nuovo, e di farlo anche lasciandosi ispirare dal messaggio dei Vangeli.

 
D: Lei conosce forse molto bene il pensiero di Antonio Rosmini, un pensatore italiano con una grande coscienza cattolica. Quale sarebbe dal suo punto di vista l’importanza del pensiero di Antonio Rosmini per la ricerca filosofica e teologica contemporanea?

R: Rosmini è stato un grande pensatore che ha cercato di fare i conti con la modernità da un punto di vista cristiano. La sua importanza, a mio parere, sta nel non aver voluto rinchiudersi in comode formule del passato, ma aver cercato di raccogliere la sfida che la costruzione della soggettività moderna lanciava al pensiero filosofico, cercando di dare una risposta animata dal riferimento alle categorie fondamentali del cristianesimo. Fino a che punto egli sia riuscito nel suo intento, non sta a me giudicare. Sicuramente la sua ricerca, ad esempio nella Teosofia, ha raggiunto un livello che è proprio solo dei grandi pensatori, sia in ambito teologico che filosofico.

 
D: Parlando del rapporto tra filosofia e cristianesimo, penso che possiamo parlare anche della personalità filosofica di Edith Stein che ha cercato di mostrare com’è possibile un rapporto tra fede e ragione. Qual è il più importante contributo di Edith Stein alla fenomenologia cristiana del XX secolo?

R: Credo che questo contributo consista nel tentativo d’individuare una via alternativa – alternativa ad altre percorse nella storia della riflessione cristiana – per ripensare in maniera adatta al nostro tempo la struttura della persona e il suo rapporto con l’alterità: umana o divina che essa sia. Penso che l’intera riflessione della Stein possa essere riportata a questa ispirazione di fondo. Il nuovo stile di pensiero a cui la Stein si è rivolta per assolvere a tale, urgente compito è stato quello della fenomenologia: una fenomenologia, però, opportunamente trasformata rispetto ai modi in cui l’aveva impostata Husserl.

 
D: Potrebbe dirmi qual è per Lei il più importante concetto filosofico della filosofia/fenomenologia cristiana e della filosofia della religione? Per me è l’esperienza interiore perché tramite l’esperienza interiore l’uomo diventa la persona che deve essere, come ha mostrato Karol Wojtyla/Papa Giovanni Paolo II in “Persona ed atto“.

R: Certamente quello che Lei dice è giusto. Ma accanto alla categoria di “esperienza interiore” – che nell’epoca moderna e contemporanea rischia di essere intesa come qualcosa di autoreferenziale – la nozione, o meglio l’esperienza più profonda che la filosofia è chiamata ad articolare e a mettere in pratica è oggi quella di “relazione”. Si tratta del tema specifico della mia ricerca filosofica in questi ultimi anni.

 
D: Perché la Chiesa avrebbe bisogno della filosofia dal suo punto di vista?

R: La Chiesa non manca di nulla, e quindi non ha bisogno di nulla. La ricerca filosofica, dal canto suo, sorge indipendentemente, con il suo atteggiamento del pari critico e costruttivo nei confronti dei fenomeni. Dato che la filosofia fa parte del mondo, e che la Chiesa è nel mondo – pur non essendo solo del mondo, almeno per chi crede –, la Chiesa stessa ha però ritenuto di fare i conti anche con la filosofia: ha anzi inglobato questo tipo di ragionamento negli stessi programmi formativi finalizzati all’approfondimento della fede cristiana (come risulta dall’ordo studiorum delle Facoltà teologiche). Ciò è stato fatto, credo, soprattutto perché, seguendo l’esempio di Paolo di Tarso, l’annuncio evangelico dev’essere tradotto e trasmesso in una lingua universale, e il riferimento alla filosofia – che appunto opera per concetti universali – può essere utile allo scopo.

 
D: Oggi parliamo di solito del rapporto tra filosofia e postmodernismo, anche di una filosofia postmoderna, ma a partire da questo postmodernismo, vorrei porre la seguente domanda: crede che una filosofia postmoderna della religione potesse esistere?

R: C’è sicuramente chi, ancora oggi, parla delle tematiche del cristianesimo in termini postmoderni: penso al Vattimo di Credere di credere. E c’è chi, fra i teologi, ancora lo segue. Personalmente, però, non sono convinto che questo sia un approccio corretto. Anzitutto perché, a ben vedere, la nostra epoca non è tanto “postmoderna”, quanto, per molti suoi aspetti, “ipermoderna”. Se infatti la modernità è basata sul fatto che l’autorelazione è principio della relazione ad altro, la postmodernità, sotto questo punto di vista, non segna certamente un cambio di paradigma.
Ritengo dunque che altra sia l’impostazione filosofica che ci consente di affrontare le questioni oggi più urgenti, su di un piano sia filosofico che cristiano. Tali questioni sono ad esempio: la diffusa indifferenza nei confronti di ogni cosa, e soprattutto degli esseri umani; lo scollamento nel rapporto fra teoria e pratica, e la conseguente mancanza di motivazione nell’agire; la trasformazione di ogni cosa in uno strumento da usare per ottenere un risultato, manipolare situazioni, conseguire un guadagno. Non è solo Papa Francesco a richiamare l’attenzione su questi aspetti della mentalità contemporanea. Con tutto ciò, e certo pure con altre questioni analoghe, una filosofia che sia all’altezza degli apporti che provengono dai mondi religiosi, e delle difficoltà che questi stessi mondi stanno oggi conoscendo, deve anzitutto impegnarsi in un serio corpo a corpo. Io, per quanto mi riguarda, sto cercando di farlo.

 

 


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