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Che fine ha fatto la filosofia islamica?

Che fine ha fatto la filosofia islamica?

Mar 06

Oggi pubblichiamo il primo articolo di Roberto Calì, studioso autodidatta di filosofia delle religioni occidentale-cristiana e orientale-islamica. Roberto inizia la sua collaborazione con Filosofia Blog proponendo una introduzione alla filosofia islamica. Ringraziandolo per il contributo, gli diamo il benvenuto tra i collaboratori del blog.

 

Quando sei separato dal tuo amore
come dall’Oriente all’Occidente,
per ogni deserto andrà correndo il mio cuore;
ovunque sarà scorta di se stesso.
Per gli amanti Bagdad non è lontana. [1]

 

L’immagine classica della filosofia islamica che l’Occidente ha proposto negli ultimi otto secoli è quella di una filosofia rappresentante semplicemente un fenomeno che ha avuto il suo massimo splendore nel Medio Evo latino e che si è esaurito nel corso dei secoli.

Come si può leggere in tutti i libri di storia e di filosofia, la figura di Averroè (Ibn Rushd) appare brillare di luce propria e viene spesso ricordata come l’espressione più alta di tutta la filosofia islamica [2], mentre in realtà nel mondo accademico islamico Averroè è considerato, specialmente e semplicemente, come uno dei primi commentatori di Aristotele e non rappresenta assolutamente l’intera storia del pensiero islamico. Possiamo ormai dire che, mentre l’averroismo catalizzava l’attenzione dell’Occidente nei riguardi del pensiero islamico, le opere di Avicenna (Ibn Sina) invece mostravano di essere ancora fonte di ispirazione per la filosofia dell’Islam.

A questo punto è necessario fare delle premesse che si riveleranno decisive per le successive considerazioni. Le principali problematiche che si possono riscontrare in un’analisi storica e filosofica del pensiero islamico sono legate alle differenze che si imposero nell’Islam all’indomani dell’assassinio del quarto califfo Alī ibn Abī Tālib. Quest’atto brutale firmò la scissione spirituale e politica tra la ‘sunna’ dei califfi di stirpe araba e la ‘scia’ di origini persiane che si sentì in dovere di difendere la successiva generazione di Alī ibn Abī Tālib quale genero del profeta Muhammad come autorità (walayat) della parola coranica e del volere di Dio [3].

Ritorniamo al personaggio Averroè e spostiamoci in Spagna a Cordoba nell’anno 1198 (anno della sua morte): un ragazzo assiste al funerale del filosofo. In questa scena simbolica, nella quale il giovane Ibn Arabi (futuro Doctor Maximus per il mondo latino) si ritrova a meditare osservando le spoglie del maestro che il mulo trasporta da un lato e che vengono equilibrate dall’altro lato della cavalcatura dai libri manoscritti dello stesso Averroè (racconto che lo stesso Ibn Arabi ci ha lasciato), si vedono anticipati il percorso e la sorte della filosofia nello stesso mondo islamico e si vede rappresentato il quadro simbolico nel quale si delineerà l’immagine successiva della filosofia islamica per il mondo occidentale.

Dobbiamo a questo punto sottolineare che, per uno strano scherzo del destino, la figura di Ibn Arabi appare oggi gigantesca agli occhi di alcuni moderni studiosi specialisti d’Oriente e d’Occidente. Sono ormai numerosi infatti gli studi nei quali si prospetta l’idea del pensiero di Ibn Arabi quale ispiratore, probabilmente indiretto, della cosmologia dantesca della Divina Commedia [4] e delle opere di mistici quali San Giovanni della Croce.

La lenta decadenza dell’impero musulmano, che ebbe inizio al tempo della morte di Averroè, decretò la fine della tolleranza religiosa e di pensiero che si poteva respirare nei primi secoli dell’Islam: da quel momento i filosofi e i poeti principali dell’Islam sunnita si sarebbero rifugiati nel sufismo per scappare alle persecuzioni religiose dell’Islam istituzionale. Da quello stesso momento l’Occidente avrebbe faticato a individuare gli sviluppi del pensiero dell’Islam e solo a partire dal XIX secolo si può cominciare a parlare di rinnovato interesse nei confronti della poesia e della filosofia islamica.

In realtà la filosofia islamica avrebbe trovato il suo naturale sviluppo all’interno della corrente sciita e ismailita che, forte della propria gnosi e ormai definitivamente separata dalla sunna, reclamava la responsabilità di un imamato nella religione e di conseguenza l’infallibilità nell’interpretazione stessa del Corano tramite la perfetta arte dell’esegesi spirituale, tramandata dagli stessi imam, che erano quindi considerati come i soli e legittimi eredi di quel profeta Muhammad che aveva fondato la religione. In quel periodo, le opere di Avicenna e Ibn Arabi ispirarono alcuni grandi pensatori iraniani tra i quali il filosofo della corrente illuminativa Suhravardi e quei sommi poeti della cultura persiana che prendono il nome di Rumi di Balkh o Hafez di Shiraz, giusto per citarne alcuni.

A questo punto della nostra storia ritorniamo in Occidente ed esattamente in Germania alla fine del XVIII secolo. Goethe studia le prime traduzioni occidentali del Corano, il Mahomet di Voltaire, oltre ad alcune traduzioni di poesia araba preislamica attraverso la raccolta di William Jones [5]. Il poeta tedesco continua a interessarsi, negli anni successivi, alla poesia e alla mistica islamica attraverso le vecchie e uniche traduzioni tedesche del 1696 del Roseto e del Giardino di Sa’di e successivamente l’entusiasmo per la poesia di Hafez di Shiraz sfocerà nella raccolta incompiuta di poesie che prenderà il nome di Il divano occidentale-orientale.

Questa raccolta poetica sfata l’immagine classica di una cultura islamica in declino dopo Averroè e per la prima volta dopo secoli mostra finalmente, agli occhi degli occidentali, il vero volto artistico e filosofico di quell’Iran che si era fatto erede e continuatore del pensiero islamico delle origini: Goethe avrebbe attinto alla sorgente della filosofia islamica tramite la poesia persiana e la lettura del Corano.

Nel libro del Cantore del Divano occidentale-orientale, il poeta tedesco esclama:

Sia Oriente che Occidente
Per te hanno gusti intatti.
Scarta primizie e bucce
Siediti al gran banchetto
Sia pure di passaggio
Non rifiutarlo il piatto.
Chi conosce se stesso
E gli altri ammetterà:
Non vanno più divisi,
L’Occidente e l’Oriente.

Questi versi ci mostrano un Goethe alla ricerca del polo della cultura universale, un ipotetico centro del sapere che diventa il luogo ideale del banchetto della ricerca comparata e unificata della conoscenza d’Oriente e d’Occidente.

In effetti la raccolta del Divano occidentale-orientale sarà la base di partenza per la successiva riscoperta del pensiero islamico, ma solo il secolo che verrà dopo, il XX, partorirà le prime importanti traduzioni di alcune fra le migliori opere della filosofia, della poesia e della mistica islamica: ci riferiamo alle traduzioni ed ai saggi di alcuni orientalisti fra i quali è d’obbligo menzionare Luis Massignon e il suo più che illustre discepolo Henry Corbin.

Con il successivo lavoro di Corbin, il quadro nel quale si è mossa la filosofia islamica nella sua storia appare delineato nei suoi più intimi particolari: ci vengono illustrati, nelle opere e nelle traduzioni di Corbin, i massimi esponenti del pensiero iraniano e del sufismo, esponenti che portano il nome di Suhravardi, Najmoddin Kobra, Mir Damad, Mulla Sadra di Shiraz (per citarne alcuni) fino ai moderni pensatori della scuola filosofica di Teheran.

Corbin ha aperto una breccia nell’Occidente e nello stesso Oriente per la diffusione del pensiero islamico e persiano, e dopo di lui i lavori di Seyyed Hossein Nasr e di altri autori ci stanno aiutando a far luce in quel buio profondo nel quale sembrava apparentemente sprofondata la filosofia islamica in quei secoli di crociate e guerre religiose che hanno caratterizzato tutto il Medio Evo.

 

Note al testo:

[1] Goethe, Il divano occidentale-orientale (a cura di L.Koch e I.Porena), Rizzoli, pag. 319.

[2] La filosofia islamica talune volte e a torto viene molto semplicemente ed erroneamente considerata “araba”, ma desideriamo ricordare che l’Islam storico comprende anche territori che non sono assolutamente di cultura e tradizione prettamente araba come per esempio l’odierno Iran, l’Afghanistan e la Turchia.

[3] La scia nacque con l’assassinio di ‘Ali e il conseguente dramma che si abbatté sull’Islam specialmente a causa della successiva morte del nipote del profeta Muhammad e figlio dell’iman Ali, Ibn Hussein avvenuta a Karbala (Iraq) nel 680.

[4] Il Mi’raj di Muhammad (il viaggio celeste che è ricordato nella tradizione islamica) è stato anche raccontato in diverse edizioni medievali europee ed è ricordato come il Libro della Scala. Oggetto di ampie esegesi e di commentari da parte dei filosofi islamici di tutti i tempi è oggi considerato come uno dei principali motivi ispiratori della mistica e del pensiero di Ibn Arabi. Questo ‘Mi’raj di Muhammad influenzò la cosmologia dell’epoca medievale e quindi probabilmente influì perfino nella realizzazione della Divina Commedia opera del sommo poeta italiano Dante. Si può consultare l’opera di Enrico Cerulli (orientalista italiano fra i più fecondi di tutto il XX secolo) e la raccolta da lui censita e collezionata per l’Accademia dei Lincei del Libro della Scala per capire l’influenza sulla cultura medievale di questo racconto islamico (consultare anche la voce Wikipedia in questo link per ulteriori importanti informazioni: http://it.wikipedia.org/wiki/Isra’_e_Mi’raj).

[5] Poesos Asiaticae commentarium libri sex.

 

Bibliografia

  • H. Corbin, L’immaginazione creatrice (Editori Laterza), Storia della filosofia islamica (Editore Adelphi), Corpo spirituale e Terra celeste (Editore Adelphi).
  • J. Wolfgang Goethe, Il divano occidentale-orientale (Biblioteca Universale Rizzoli).
  • S.H.Nasr, An Anthology of Philosophy in Persia Vol. 1 – From Zoroaster to Umar Khayyām (Edito da J.B. Tauris in associazione con The Institute of Ismaili studies).

 

 


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