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Filosofia della storia dell’arte III: fine della Storia

Filosofia della storia dell’arte III: fine della Storia

mar 24

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Filosofia dell’arte

Post precedente: Filosofia della storia dell’arte II: Greenberg e il Modernismo.

Quando finisce la Storia? (si prenda nota della ‘S’ maiuscola). Non c’è una data precisa, anche se quella più probabile corre lungo l’anno 1951. Nel 1951, infatti, Robert Rauschenberg realizza i suoi White Paintings [Fig. 1]:

 

White Paintings

 

Al di fuori di un contesto espositivo questi dipinti sembrano scrivere la fine della narrazione Modernista proposta da Greenberg. Se il telos dell’arte Modernista è lo svelamento dell’essenza delle singole arti, allora l’opera di Rauschenberg sembra toccare il fondamento dell’arte pittorica. Si tratta di sette tele rettangolari su cui sono state passate più mani di colore bianco. I monocromi di Rauschenberg sono perfettamente uguali l’uno all’altro e in questo senso differiscono sostanzialmente dai monocromi bianchi dello ‘specialista’ Robert Ryman, molto attento alla varietà dei materiali e dei colori impiegati nei suoi dipinti interamente bianchi (Senza titolo, 1965 [Fig. 2]):

 

Ryman

 

Non ci sono delle convenzioni inessenziali nelle tele di Rauschenberg: i materiali non contano, non c’è figurazione né rappresentativa né astratta. Si tratta di spazi bidimensionali limitati, ossia dell’essenza della pittura – così come la descrive Greenberg – incarnata in un dipinto particolare. Per chi pensasse, forse giustamente, che dell’essenza della pittura faccia parte anche il colore, Rauschenberg ha fornito il bianco che è, notoriamente, la sintesi additiva di tutti i colori.

Il problema è che, con quest’opera, la narrazione greenberghiana sembra giunta al termine – e con essa il Modernismo. Il telos della narrazione è stato raggiunto; l’essenza dell’arte (o almeno dell’arte pittorica) è completamente svelata, dinnanzi ai nostri occhi. Una volta esauritasi la spinta dinamica verso la purezza del medium e verso l’eliminazione di ogni elemento arbitrario è difficile pensare a una continuazione della Storia Modernista (ancora una volta sottolineo la ‘S’ maiuscola). È un po’ come chiedersi cosa possa succedere dopo l’Apocalisse: il passato non torna perché è completamente svelato nel presente, il presente è statico e il futuro ha chiuso le sue porte. Il concetto di tempo non sembra fare presa e lo si dovrebbe oltrepassare in una dimensione ulteriore. Lo sanno bene i narratori di fiabe che trasfigurano la fine della narrazione in una dimensione utopica in cui ‘tutti vivono felici e contenti’.

La medesima impasse è subita dal Modernismo. Non si può tornare indietro alla raffigurazione o a uno stadio precedente rispetto alle tele di Rauschenberg, perché questo significherebbe non solo un movimento retrogrado, ma anche un’infrazione della trama principale, una fuoriuscita dalla Storia. Non si può guardare avanti, perché apparentemente non c’è alcun gradino successivo: non c’è nulla di più essenziale dei White Paintings. Ci si potrebbe limitare a presentare continuamente e noiosamente l’identico in una continua ripetizione dell’evento ‘apocalittico’. Il successo della pittura monocromatica a cavallo tra gli anni sessanta e settanta e i suoi innumerevoli adepti (Ryman, Reinhardt, Yves Klein) sono sintomi dell’attrazione provata dagli artisti verso questa soluzione difficile da accettare, ma per certi versi liberatoria. L’alternativa è ovviamente quella di dichiarare finita la Storia e di sostituirla con un’altra; allo stesso modo in cui la narrazione greenberghiana ha sostituito quella di Vasari. Dato che gli artisti dagli anni Settanta in poi hanno evitato questa opzione è giunto il momento di chiarire alcune questioni implicite.

In primo luogo, bisogna dare ora sostanza alla ‘S’ maiuscola con cui abbiamo denominato le descrizioni di Greenberg e Vasari e questo ci obbliga ad accennare alcuni problemi di filosofia della storia. In ambito analitico c’è una classe di proposizione che viene chiamatanarrative sentence. [1] Eccone alcuni esempi: ‘Colombo ha scoperto l’America’, ‘Aristarco da Samo ha anticipato il sistema copernicano’. In entrambe le proposizioni un certo evento storico viene descritto a partire da una prospettiva successiva a quella dei protagonisti dell’evento stesso, i quali non lo avrebbero mai potuto descrivere negli stessi termini. Colombo non avrebbe mai potuto affermare di aver scoperto l’‘America’, un nome accessibile solo alla generazione di esploratori successiva, e Aristarco non aveva alcuna possibilità di pensare alla propria teoria come l’anticipazione di quella di un astronomo polacco che sarebbe vissuto quasi due millenni dopo. Le narrative sentences non sono accessibili ai contemporanei dell’evento a meno che non si sottoscriva una filosofia della storia sostanziale; ossia una filosofia in cui la storia è volta al compimento di un determinato telos. In tal caso ogni evento è riconducibile e riscrivibile alla luce dell’evento (o degli eventi) che dovrebbero chiudere la storia. Un chiaro esempio di filosofia sostanziale della storia è il cristianesimo: la narrazione evangelica non ha solo consentito la riscrittura della storia precedente, ma ha reso disponibile alle età successive una serie numerosa di narrative sentences. Quando nel Medioevo la peste era riletta come un sintomo della prossima Apocalisse, ci si poteva trovare di fronte a un’istanza paradigmatica di narrative sentence controllata da una filosofia sostanziale della storia.

Le teorie di Greenberg e di Vasari sono filosofie sostanziali della storia dell’arte e quindi le loro narrazioni meritano di essere citate con la ‘S’ maiuscola. Ogni opera d’arte che entra nella loro trama può essere descritta immediatamente con una narrative sentence che si riferisce al telos della Storia. Leonardo, per esempio, può essere descritto dal suo contemporaneo Vasari come un ulteriore gradino verso la concretizzazione dell’ideale realista. Allo stesso modo le opere di Jackson Pollock sono subito inserite da Greenberg all’interno della propria narrativa essenzialista. Esauritasi anche questa Storia gli artisti avrebbero potuta cercare una di alternativa. Questo, però, non è accaduto e la Storia attorno al 1951 si è conclusa, lasciando spazio a diverse storie con la ‘s’ minuscola. Come sia stato possibile (o meglio: in che modo questa possibilità sia stata teorizzata) lo vedremo nel prossimo post che darà un’interpretazione alternativa dei White Paintings di Rauschenberg.

 

Note:

[1] Cfr. A. C. Danto, Narration and Knowledge, Columbia University Press, New York 1985, pp. 294-sgg.


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