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Diogene Laerzio su Ferecide (I, 116- 122)

Diogene Laerzio su Ferecide (I, 116- 122)

Mar 20


Brano precedente: Diogene Laerzio su Epimenide (I, 109-115)

116 Ferecide di Babis era di Siro – questo professa Alessandro nelle Successioni –; udì le dissertazioni di Pittaco. Teopompo professa che costui fu il primo, nella letteratura degli Elleni, a scrivere pertinentemente alla natura e alla genesi degli dei.

Una pluralità di leggende meravigliose, dunque, si riferiscono per quanto concerne costui. Così, ecco, camminando presso la spiaggia di Samo e vedendo una nave la cui corsa era provocata dall’aria, comunicò questo: dopo non più di qualche istante sarebbe affondata; e così affondò davanti agli occhi di costui. E, bevendo acqua estratta da un pozzo, predisse questo: nel terzo giorno ci sarebbe stato un sisma, e questo s’ingenerò. Uscendo, dunque, da Olimpia per salire in Messene, consigliò all’ospite Perilao d’espatriare insieme con i suoi di casa; ebbene, costui non volle fidarsi, dopodiché Messene fu presa.

117 Ai Lacedemoni, dunque, comunicò di non onorare né oro né argento; Teopompo, nei Casi straordinari, professa questa voce; dunque, avrebbe ordinato questo a costui, contattandolo in sogno, Ercole che, in questa stessa notte, avrebbe eziandio comandato ai re d’affidarsi a Ferecide. Alcuni, d’altra parte, accoppiano queste voci con Pitagora.

Professa, dunque, Ermippo che, mentre gli Efesini stavano guerreggiando insieme coi Magnesi, volendo che gli Efesini vincessero, domandò a qualcuno che si presentava di dov’era; dunque, quando questi ebbe esternato: «Di Efeso», gli fece: «Tu allora trascinami per le gambe e ponimi nella terra dei Magnesi, indi comunica ai tuoi concittadini di seppellirmi in quello stesso luogo, dopo che avranno vinto; 118 di’ dunque che Ferecide ti ha ingiunto questi obblighi»; indi costui lo comunicò; essi, dunque, dopo un singolo dì, in occasione d’un assalto, sconfiggono i Magnesi, dunque seppelliscono Ferecide, passato all’altro mondo, in quello stesso luogo e l’onorano con gran magnificenza. Alcuni, d’altra parte, professano che, recatosi in Delfi, costui si buttò dal monte Coricio. Aristosseno, da parte sua, nella perlustrazione Su Pitagora e i suoi discepoli, sostiene la fama che costui, ammalatosi e trapassato, fu sepolto da Pitagora in Delo. Degli altri annotano che terminò la vita perché malato di ftiriasi; quando Pitagora gli si presentò e gli domandò come stesse, disteso il dito attraverso il foro della porta, disse: «Dalla pelle si disvela», e da indi in qua presso i filologi questa espressione è letta in senso negativo (mentre quelli che, all’opposto, la interpretano in senso ottimistico la distorcono). 119 Impartiva, dunque, questa lezione: che gli dei chiamano la tavola delle offerte «mensa sacrificale [thuōrón]».

Androne l’efesino, dunque, professa che son nati due Ferecide di Siro, l’uno astronomo, l’altro teologo, figlio di Babis, con cui andò a scuola eziandio Pitagora. A detta di Eratostene, per contro, rimane singolo, mentre l’altro era ateniese, genealogista.

Di questo singolo Ferecide di Siro, dunque, si conserva il libro da lui scritto, il cui inizio è questo: «Così Zas come Crono erano eternamente, con Ctonia; per Ctonia, dunque, nacque il nome Gea, giacché a costei Zas diede la terra come offerta dovuta [Zas men oun kai Khronos ēsan aéi kai Khthoniē; Khthoniēi de ónoma egéneto Gē epeidḗ autḗi Zas gēn geras didoi]». Si conserva, dunque, anche un eliotropio nell’isola di Siro.

Professa, dunque, Duride, nel libro numero due delle Ore, che questo epigramma fu scritto avendo qual oggetto costui:

120 Della sofia tutta in me il telos; ma se v’è qualcosa di più
dillo privilegio del mio Pitagora, giacché primo di tutti i singoli
è nella terra dell’Ellade; non mento, questo dichiarando.

Ione di Chio, dunque, professa, per quanto concerne costui:

Dunque costui, censito insigne per vigore e stimabilità,
ancorché estinto, colla psiche ha vita beata,
anche se per davvero sofo fu Pitagora: questi, sopra tutti
gli uomini, s’è provvisto di conoscenze e le memorizzò esaurientemente.

V’è, dunque, anche un nostro componimento, che suona in questo modo, in metro ferecrateo:

Questo glorioso Ferecide,
che generò qualche secolo fa Siro,
121 offeso dai pidocchi, è leggenda
che alterò il precedente viso,
che indi ordinò d’esser posto
presso i Magnesi, facendo in modo di la vittoria
dare ai di Efeso
generosi cittadini.
V’era, ecco infatti, un oracolo, la cui visione
rimase solo di costui, ordinante questo;
cosicché si estinse presso quelli.
Sicché è vero questo:
se qualcuno è veramente sofo,
come è utile vivendo,
così lo è eziandio quando non sussiste più.

Visse, dunque, in contemporanea con la cinquantanovesima Olimpiade.

Congegnò anche questa epistola:

«Ferecide a Talete.

122 Che tu possa morire bene, quando per te arriverà questo fato. Un morbo mi ha contagiato dopo che ho ricevuto il tuo scritto. Brulicavo tutto di pidocchi e mi pervadeva una febbre con brividi. Obbligai, dunque, codesti servi a recare a te questo scritto, una volta che si fossero occupati dell’inumazione. Tu, dunque, se lo giudicherai bene insieme con gli altri dotti sofi, pubblicalo in questa forma, mentre se coi dotti non lo giudicherai bene non pubblicare. Ecco, infatti, non mi persuadeva ancora. Non v’è dunque, indistorcibilità nel rapporto colle cose, né suppongo d’aver visto il vero, mentre so quanto è legittimamente ottenibile nel discorso teologico; quanto alle altre cose, bisogna pensare, siccome le assemblo tutte enigmaticamente. Dunque, dacché il tormento di questo morbo si moltiplicava, m’opponevo all’entrata di qualunque medico e dei compagni. Dunque, giacché stavano fuori presso la porta e chiedevano com’era che mi andava, fatto uscire il dito dal buco della chiave, indicavo come ero offeso da questa disgrazia. E convocavo in prospettiva costoro perché arrivassero il giorno dopo a occuparsi della sepoltura di Ferecide».

E questi son quelli che son chiamati sofi; alcuni proseguono il catalogo di costoro con Pisistrato il tiranno. È legittimo, d’altra parte, parlare dei filosofi; e in primis, ecco, occorre iniziare dalla filosofia ionica, il cui originatore fu Talete, le cui dissertazioni Anassimandro udì.

La traduzione è condotta sul testo dell’edizione critica di Marcovich:
Diogenes Laertius, Vitae philosophorum, ed. D. Marcovich, Lipsiae 1999.
Nella traslitterazione l’accento è sempre semplificato in acuto e segnato solo sui polisillabi non piani.

Brano seguente: Diogene Laerzio su Anassimandro (II, 1-2)




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