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Diogene Laerzio su Cleobulo (I, 89-93)

Diogene Laerzio su Cleobulo (I, 89-93)

Gen 23

Brano precedente: Diogene Laerzio su Biante (I, 82-88)

89 Cleobulo di Evagora, di Lindo; per Dueide, invece, era cario; alcuni, dunque, riferiscono che la gente di costui risalirebbe a Ercole; si sarebbe distinto, dunque, in forza e bellezza; avrebbe partecipato, dunque, alla filosofia offerta in Egitto. A costui, dunque, sarebbe nata una figlia, Cleobulina, poetessa d’enigmi in esametri, che menziona eziandio Cratino nell’omonimo dramma, nonostante abbia scritto il titolo colla voce al plurale. Peraltro costui avrebbe anche rinnovato il tempio di Atena fondato col sostegno di Danao. Costui poetò odi e indovinelli per tremila versi.

Ed alcuni professano che poetò anche questo epigramma, epigrafe sulla tomba di Mida:

Bronzea vergine son, occupo la tomba di Mida,
sin quando comunque l’acqua scorrerà e i piccoli alberi fioriranno,
90 e il sole alzandosi splenderà, e la splendida luna,
e anche i rivi scorreranno, e il mare, dunque, ondeggerà
rimanendo a occupare questa sua tomba piena di pianto,
annuncerò per i transitanti questo, che Mida in questa tomba è sepolto.

Riferiscono dunque come testimonianza un’ode di Simonide, ove favella così:

Chi comunque loderebbe, fidando nel nous, l’abitante di Lindo Cleobulo,
che con sempiternamente scorrenti rivi e con fiori
e colla fiamma del sole e della dorata luna
e coi marini vortici ha parificato la forza d’una stele?
Tutto quanto, ecco, è inferiore agli dei; la pietra, dunque,
anche mortali palme infrangono; d’uno sciocco
uomo è questa velleità.

Infatti, ecco, questo epigramma non sarebbe di Omero, d’una gran pluralità di anni antecedente Mida, professano.

Si tramanda, dunque, di costui, riferito nei Commentari di Panfile, anche un tale enigma:

91 Singolo questo padre, figli dodici. Di questi, dunque, ciascuno
ha dodici figlie sue duplici a vedersi;
mentre, dunque, le une sono luminose a vedersi, le altre, al contrario, nere;
essendo, dunque, immortali, insieme a questo tutte s’assolvono.

È, dunque, l’anno.

Tra le odi, dunque, è stata decorata dal successo questa:

Inintelligenza per lo più nelle menti mortali,
quantunque una pletora di discorsi; d’altronde il kairos basterà.
Pensa qualcosa d’onorevole; non vana
la gratitudine degeneri.

Professò, dunque, che conviene accasare le figlie quando son fanciulle quanto all’età, ma, quanto al senno, donne, suggerendo l’indicazione che conviene educare eziandio le fanciulle. Esortava, dunque, a beneficare: l’amico per questo, affinché sia un amico migliore; il rivale, invece, per renderlo amico. Occorre guardarsi, dunque, così dal biasimo degli amici come dalla malevolenza dei rivali. 92 E, quando qualcuno esca di casa, meglio esamini prima ciò che voglia praticare; e, quando rientri, esamini ciò che abbia praticato. Consigliava, dunque, di esercitare bene il corpo; di essere amante dell’ascoltare meglio che amante del parlare; di amare una mente istruita meglio che non istruire la mente; di serbare la lingua benevola nel favellare; d’essere possessore della virtù e alieno dal vizio; di rifuggire l’ingiustizia; di consigliare le iniziative migliori alla polis; di dominare il soave piacere; di non praticare alcunché con violenza; d’educare i figli; di dissolvere la rivalità. Colla moglie non profondersi in affettuosità né litigare in presenza di altri: quel comportamento, ecco infatti, manifesta imbecillità, mentre quest’ultimo demenza. In preda al vino non punire un servo, siccome parrebbe addirsi a un beone in preda al vino. Sposarsi scegliendo da famiglie d’estrazione simile, siccome, nell’eventualità che prenda da quelle d’estrazione più alta – professa – acquisirai i cognati quali despoti. 93 Non ridere degli oppressi dalle burle, siccome si sarà odiati da questi. Nella buona sorte, non essere superbo; esperendo infortuni, non portarti da tapino. Prestati a soffrire generosamente gli occorrimenti cangevoli del caso.

Trapassò dunque vecchio, avendo vissuto settant’anni; e per costui fu scritta quest’epigrafe:

Piange il sofo Cleobulo defunto
questa patria Lindo dal ponto inorgoglita.

Pronunciò l’apoftegma: «La misura è il valore massimo». E con Solone corrispose con questa epistola:

«Cleobulo a Solone.

Sei pieno di compagni e a casa dappertutto; io, dunque, professo che la più gradevole per Solone sarà questa Lindo retta democraticamente. E l’isola è in alto pelago, dove per l’abitante nulla di diro effettua Pisistrato. Onde compagni da ogni dove si metteranno eccome a venire presso di te».



La traduzione è condotta sul testo dell’edizione critica di Marcovich:
Diogenes Laertius, Vitae philosophorum, ed. D. Marcovich, Lipsiae 1999.


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