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Diogene Laerzio su Anacarsi (I, 101-105)

Diogene Laerzio su Anacarsi (I, 101-105)

Gen 02

 

 

101 Anacarsi lo scita era figlio di Gnuro e fratello di Caduida re degli Sciti, mentre la madre era ellena; per questo era anche bilingue. Costui poetò ottocento versi evocanti i costumi presenti tra gli Sciti e quelli presenti tra gli Elleni, in riferimento alla schiettezza della vita e concernenti la guerra. Ha eziandio originato una paremia dacché era dotato di parresia; questo è il proverbio: «Parlare da Sciti».

Dice, poi, Sosicrate che costui si recò in Atene durante la quarantasettesima Olimpiade, quando Eucrate ottenne l’elezione ad arconte. Ermippo, da parte sua, rammenta che, arrivato vicino alla casa di Solone, ordinò a qualcuno della gente di servizio di aggiornarlo sul fatto che si presentava presso di lui Anacarsi, e che avrebbe voluto vederlo e, comunque solo se possibile, divenirne ospite. 102 E questo servo, avendo annunciato il messaggio, ebbe ordine da parte di Solone di provocarlo sostenendo che però gli ospiti si scelgono nelle proprie patrie. Indi prendendo spunto, Anacarsi professò che allora egli era in patria, e gli si prestava farsi degli ospiti; l’altro, dunque, colpito da questa prontezza, lo trasferì in casa sua e ne fece un amico massimo.

Dopo del tempo, dunque, ritornato in Scizia, reputato dissolutore dei costumi della patria perché era empito dell’ellenismo, trafitto da un dardo nell’attività di caccia proiettato dal germano perì, dopo aver detto che, mentre la sua salvezza dall’Ellade era un esito provocato dalle sue lezioni, la morte nel suo paese era un esito avvicinatosi per l’invidia. Alcuni, invece, dicono che sia stato ucciso mentre celebrava riti ellenici.

Vi sono anche nostri versi indirizzati a costui:

103 Quella volta che Anacarsi tornò in Scizia, completato il molto errare,
ambì a indurre chiunque a fidare nel vivere secondo i costumi ellenici;
eppure, avendo ancor in bocca questo discorso inconcluso,
un’asta alata, con impeto celere, lo rapì tra gl’immortali.

Questi disse che la vite offre tre grappoli: il primo, della soavità; il secondo, dell’ubriachezza; il terzo, dell’insoavità. Professò eziandio di stupirsi di come, presso gli Elleni, i tecnici s’affrontino agonisticamente, mentre giudicano il certame i non tecnici. Giacché gli fu chiesto come si potesse non degenerare in beone, rispose: «Se si hanno davanti agli occhi le inabilità provocate dall’alcol per gli ubriachi». Diceva eziandio di stupirsi di come gli Elleni, quantunque nomoteti di leggi osteggianti i soverchi, onorassero gli atleti per il picchiarsi gl’uni gl’altri. Quando seppe che la pinguedine della nave era di quattro dita, a commento di questo professò che i naviganti avevano altrettanta distanza dalla morte.

104 Definiva l’olio un farmaco che provoca mania allegando questo: ungendosene gli atleti s’offendono maniacalmente gl’uni gl’altri. Diceva: «Dacché vietano il mentire, come mai mentono palesemente nei commerci?». Professò di meravigliarsi eziandio di come gl’Elleni, cominciando, bevessero in coppe piccole, e poi, riempitisi, in magne. È scritta quest’epigrafe, dunque, sulle effigi di costui: «Dominare lingua, ventre, pudenda». Quella volta che gli fu chiesto se nell’ambiente degli Sciti v’erano flauti, revocò: «Tutt’altro: non vi son neanche viti». Quando gli fu chiesto quali delle navi erano più invulnerabili, professò: «Quelle tirate in secco». Professò eziandio che questa era la cosa più stupefacente che avesse guardato presso gli Elleni, che lasciassero il fumo relitto in cima ai monti, mentre recavano la legna in città. Quando gli fu chiesto quale di queste due aggregazioni sia la più numerosa, i viventi o i morti, favellò così: «Be’, i naviganti, dove li fai stare?». Avendo subito onta da parte d’un attico giacché era scita, favellò così: «D’altronde per me onta è la patria, mentre tu sei scorno per la patria». 105 Quando gli fu chiesto che cosa sia, nelle esistenze umane, buono e cattivo, favellò così: «La lingua». Diceva che è prediligibile avere un singolo amico pieno di valore all’averne una pluralità. Professò che l’agorà è riguardabile come luogo indirizzato a ingannarsi gl’uni gl’altri e ad emergere più degli altri. Per le soverchierie subite da un ragazzo durante una bevuta, favellò così: «Ragazzo, se adesso che sei giovane non soffri il vino, degenerato in vecchio sopporterai l’acqua?».

Inventò dunque, per l’utilità della vita, queste due novità: l’ancora ed eziandio il tornio ceramico, come dicon alcuni. Scrisse anche questa epistola:

«Anacarsi a Creso.

Io, re dei Lidi, son arrivato nella terra degli Elleni sì da documentarmi sui costumi e sulle occupazioni di questi. Oro non m’occorre per nulla, ma mi basterà rientrare in Scizia da uomo migliore. Arrivo, ecco, in Sardi, presumendo magnifico che il mio genio sia notato da te».

 

La traduzione è condotta sul testo dell’edizione critica di Marcovich:
Diogenes Laertius, Vitae philosophorum, ed. D. Marcovich, Lipsiae 1999.

 

Brano seguente: Diogene Laerzio su Misone (I, 106-108)

 

 


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