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Metafisica: fraintendimento linguistico e stato d’animo?

Metafisica: fraintendimento linguistico e stato d’animo?

Dic 23

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Nel post precedente abbiamo visto come il principio di verificazione bolli le proposizioni metafisiche come non senso, in quanto non verificabili empiricamente.

La questione sollevata dal Circolo di Vienna lascia aperta una questione, che affrontiamo in questo articolo: la spiegazione che dà il Circolo alla proliferazione dei non sensi da parte di Filosofi di ogni epoca.

Partiamo dall’inizio: come si spiega che i filosofi hanno commesso dei non sensi (unsinnig)?

Una spiegazione chiara la dà L. Wittgenstein, nella proposizione 4.007 del Tractatus Logico-Philosophicus:

la maggior parte delle proposizioni e delle questioni che sono state scritte in materia di filosofia, non sono false ma prive di senso. A questioni di questo genere perciò non possiamo affatto rispondere, ma solo stabilire la loro mancanza di senso. La maggior parte delle questioni e proposizioni dei filosofi derivano dal fatto che non comprendiamo la logica del nostro linguaggio.

Wittgestein prosegue con un esempio:

sono del tipo della questione se il bene è più o meno identico del bello

Insomma Wittgenstein, che non faceva parte del Circolo ma ci interloquiva, riconduce le proposizioni della metafisica a fraintendimenti della logica del nostro linguaggio.

Ecco allora che la spiegazione che viene data alla voglia di metafisica è dare sfogo a “determinati stati d’animo”, come afferma Schlick, a cui fa eco Carnap, secondo cui la metafisica esprime “sentimenti vitali” (Lebensgefuhle) e i metafisici, in fondo, sono “musicisti senza talento musicale”.

Potremmo andare avanti ancora molto a citare affermazioni che riconducono, talvolta con termini non da educanda, la metafisica a errore linguistico o manifestazione artistica.

Affermazioni tali non potevano che avere la conseguenza di rimettere in discussione il ruolo della metafisica. Ma come vedremo, il progetto del Circolo sarà destinato a naufragare: vi anticipo solo che chi di spada ferisce, di spada perisce.


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1 comment

  1. La metafisica è, propriamente, la consapevolezza immediata e diretta dei princìpi universali. Alla mente è poi riservato il compito di degradare in consequenzialità descrittiva questo speciale conoscere non mediato dalla mente, che è frutto di una intuizione spirituale possibile solo per coloro che hanno un canale di comunicazione aperto col centro di sé. Incollo un mio scritto, di seguito, per chiarire meglio di cosa la metafisica tratti.

    Cosa bisogna intendere per princìpi universali

    Un principio si dice universale quando ha una valenza riferibile all’universo nella sua totalità. Per estensione laterale si usa il termine universale per indicare ogni realtà avente carattere generale, così da dire, per esempio, che è “universalmente” noto che i maschi di tutte le specie sono stronzi (questa sarebbe l’universalità vista dall’universo femminile)… 😀
    In realtà un principio universale non è solo generale, quest’ultimo avrebbe un correlativo, il particolare, che l’universale non potrebbe avere perché per universale si deve intendere che tutto comprende. Il principio universale del moto è quella legge che impone il movimento, che è vibrazione, a tutto l’esistente. In quanto principio del movimento ne costituisce causa e, come tutte le cause, non partecipa ai suoi effetti né da questi può essere modificato. Si deve dire che, per questo, il principio che obbliga a muoversi non si muove a propria volta, pena l’arresto delle condizioni che consentono l’espressione vitale che è mezzo universale. Analogamente a ciò che avviene per legiferazione principiale, anche nella manifestazione della realtà relativa ogni causa non partecipa ai suoi effetti. È per questo che il fuoco non può bruciare né modificare l’essenza del calore che lo ha generato. Dovendo utilizzare una simbologia geometrica per semplificare la questione del grado di prossimità di ogni principio al centro dal quale è stato generato userò l’immagine, ristretta e limitata alla dimensione spaziale, di una circonferenza come se questa fosse l’immagine della totalità:
    La circonferenza è, rispetto alla centralità dalla quale è irradiata, un effetto. Un effetto composto da una serie indefinita di punti in movimento, analoghi al punto centrale, del quale rappresentano la moltiplicazione per divisione. L’uno, riferito al centro, diventa i molti, ribaltandosi sulla circonferenza. È, questa, un’inversione speculare frutto della potenzialità centrale che diviene atto, riflettendosi nelle proprie possibilità di essere. L’Assoluto, essendo privo di dualità che si relazionano tra loro, è potenza e atto indissolubilmente uniti, e ciò che è possibile, solo per il fatto di esserlo, diviene attuabile. Le leggi che attuano questa riflessione sono i principi universali. Tutta la manifestazione della realtà procede da questi principi, i quali costituiscono gli assi fissi, nei confronti della realtà mobile, attorno ai quali ruota la realtà. I princìpi universali sono le modalità attuative della realtà relativa. L’Assoluto, del quale il centro è simbolica immagine, è centrale a ogni suo effetto e ogni suo effetto è immagine capovolta del principio primo che lo ha generato. Nell’allontanarsi dalla propria Causa assoluta, che è Perfezione assoluta, ogni effetto diviene a propria volta causa relativa di altri effetti, in una catena consequenziale e indefinita che si estende nella molteplicità, la quale dà forma e sostanza alla manifestazione della realtà delle relazioni. Questo allontanarsi dal Centro privo di dimensione dà origine a una gradazione che ha carattere di gerarchia, quando considerata attraverso questa chiave interpretativa che rappresenta una specifica visuale. La centralità, che è principio primo in rapporto alla circonferenza che esprime, analogamente all’Assoluto di cui è immagine riflessa, si riflette a sua volta in una moltitudine di centralità secondarie aventi gradi di relatività proporzionali all’allontanamento dal principio primo che il tutto genera. Più un effetto è vicino alla Causa delle cause, e minore sarà il suo grado di relazione con la realtà intesa nel suo complesso. I principi universali sono emanazioni, effetti quindi, principiali. Significa che il loro effetto coinvolge ogni aspetto dell’esistenza attraverso un’azione che è esercitata al di sopra dell’esistenza stessa. Ogni principio universale, non partecipando all’esistenza che come modalità legiferante, è al di fuori dell’esistenza, allo stesso modo in cui, anche nel relativo, ogni causa è esterna, nella sua essenza, agli effetti che produce. La prima divisione che si attua dalla riflessione dell’Assoluto è chiamata, non essendoci altro modo per definirne la natura, “Non esistenza” ed è correlativa all’ “esistenza”. La stessa realtà che l’uomo chiama “Dio”, essendo Causa dell’esistere e dell’essere, deve rientrare nel Non essere. Per questo chiedersi se Dio esiste è, nella visuale centrale metafisica, contraddittorio, perché l’Assoluto è più dell’esistere, essendo l’esistere un’affermazione e ogni affermazione un’esclusione di ciò che non rientra in quell’affermazione. La gerarchia nella quale i principi universali sono ordinati tra loro ha, come punto di riferimento per essere stabilita, la centralità del principio primo, che è immagine riflessa dell’Assoluto indiviso e che, attuandone le infinite possibilità, diviene indefinita attuazione di queste possibilità, suscettibili di divenire attuali. La realtà è anche formata da realtà che devono ancora essere espresse perché in attesa della maturazione degli eventi che le esprimeranno, e anche da altre possibilità di Non manifestazione le quali esistono pur non potendo manifestarsi attraverso le leggi della manifestazione. Tutto questo è una necessità che è consequenziale ed estensiva della prima divisione nella “Non esistenza” e dell’esistenza conseguente. Si deve dire che la “Non esistenza” comprende in sé tutte le possibilità dell’esistenza non ancora espresse. Nella realtà che conosciamo (si dice per dire) l’informale e il formale ne sono lo specchio. Per dare un esempio della gerarchia nella quale sono ordinati tra loro i princìpi universali prenderò a esempio la qualità e la quantità. Sono, questi due, principi universali a sé stanti, su un primo piano di osservazione, nel senso che il primo di essi legifera l’aspetto qualitativo universale mentre il secondo quello quantitativo. Ognuno dei due è caratterizzato da due estreme e opposte polarità che racchiudono, nella distanza ciclica che le separa, l’indefinita gradazione di realtà possibili tra questi due poli. Queste realtà, qualitativamente intese per il principio della qualità e quantitativamente per quello della quantità, hanno una modalità ciclica di estensione, come tutto il resto delle possibilità universali che ruotano attorno al proprio principio con una struttura a spirale. La spirale è il modo attraverso il quale il movimento universale si esprime. La qualità pura e la quantità pura si trovano al di fuori (usando una simbologia necessariamente imperfetta, perché riferita all’estensione spaziale) della manifestazione relativa. La prima è forma, sinonimo della perfezione qualitativa dell’Assoluto, perfettamente compiuta e immodificabile che feconda la perfezione assoluta quantitativa, seconda espressione dell’Assoluto, che è la sostanza. Nell’allontanamento ciclico dalla perfezione la qualità trova modo di esprimersi attraverso la quantità che le fornisce l’appoggio necessario a che si compia una totalità relativa. Qualità e quantità, nella manifestazione della realtà relativa, non possono mantenere la purezza principiale, dato il loro allontanamento dalla perfezione centrale, e ognuno dei due principi conterrà l’altro in potenza e divenire. Qualità e quantità, considerati sullo stesso piano di manifestazione, si contrapporranno tra loro, divenendo due poli di una stessa realtà che vedrà uno dei suoi poli diminuire d’intensità con l’aumentare del polo opposto. La gerarchia nella quale qualità e quantità si trovano è in relazione al grado di prossimità al centro dal quale entrambi traggono la loro ragione d’essere così che, essendo la qualità la prima espressione della divisione originata dalla riflessione dell’Assoluto, essa sarà superiore alla quantità che fornisce la materia prima attraverso la quale la qualità potrà esprimere le proprie, peculiari, caratteristiche.
    I princìpi universali, pur essendo fissi rispetto al movimento non sono assoluti, perché nessuna molteplicità può esserlo, l’Assoluto essendo unico e indiviso. Se ci fossero due assoluti ognuno dei due sarebbe il limite dell’altro, mentre per Assoluto si deve intendere privo di relazioni, privo di estensione, di durata e senza polarità. Capisco che questa non sia la sede appropriata per esporre metafisica che, ricordo, non è conoscenza di mia proprietà, né invenzione di qualche altro individuo come io sono. La metafisica può essere guardata, vista, considerata, ma mai inventata. La ragione che motiva i miei interventi nasce, però, dal bisogno che deve avere ogni considerazione riferita a ogni aspetto dell’esistenza, di riferirsi a dei princìpi. Questo perché se non si procede da princìpi, che sono al più basso grado di relatività nei confronti della centralità dell’esistenza, le deduzioni conseguenti saranno disordinate e accidentali come la visione della stessa esistenza quando non è ordinata dalla conoscenza dei princìpi dai quali procede. La metafisica è il modo di considerare la realtà dalla posizione di centralità delle leggi che la determinano, e costituisce l’unico modo per non escludere nessuno dei punti di vista individuali posizionati sull’esteriorità della circonferenza della realtà, dando a ognuno di essi la giusta collocazione e il giusto valore, qualitativo e quantitativo, riferito alla centralità che ha generato ognuno di essi.
    La metafisica è una ed è la dottrina che nasce dalla visione diretta e immediata dei princìpi universali. È il frutto, per tutti gli individui che ne hanno consapevolezza diretta, della stessa visione interiore, sovra individuale e sovra razionale. Sovra razionale non significa “irrazionale”, ma che oltrepassa la capacità che ha la logica di comprendere interamente la Verità della quale è un effetto. L’Essenza centrale della metafisica non è comunicabile in ragione della sua non relatività, ma le conseguenze di questo vedere che è “assolutamente certo” possono essere tradotte, pena la perdita della loro essenzialità, a livello consequenziale, discorsivo e mentale, come ho tentato di fare in questo scritto, con tutte le limitazioni che mi distinguono e distanziano dall’esporre in modo impeccabile la Verità dei princìpi. Quando si parla dell’Uno diventano molti, diceva, con ragione, una santo. La metafisica forse sarebbe meglio tacerla, piuttosto che deformarla, considerato che la perdita conseguente della sua Essenza la rende sterile esercizio teorico. Certo è che per uscire dal piano della teoria fine a se stessa occorre mettere in pratica i valori che la vista dei princìpi mette davanti alla coscienza individuale, allo scopo di trasformarla in consapevolezza attuata. Per questo la consapevolezza metafisica deve essere portata a realizzazione. Per questo è concessa a pochi e per questo che ancora meno sono quelli, tra questi pochi, che faranno un solo passo in avanti in vista della realizzazione delle possibilità che aspettano di essere verificate. Riferendosi ancora a qualità e quantità devo ricordare che la qualità è meno determinabile, in ragione della sua prossimità al principio primo, della quantità, la quale può essere misurata facilmente, quando non si tratta di grandezze incommensurabili. La qualità, invece, nell’estensione relativa è misurabile dalla direzione spaziale (sostanze composte dalle stesse molecole, per esempio i carboidrati, assumono connotazioni diverse in conseguenza della disposizione spaziale, il diverso orientamento quindi, delle molecole stesse), mentre nella sfera spirituale dei valori è determinabile dal senso delle intenzioni individuali o collettive.
    Si può, da questo, dedurre il grado della diversa vicinanza dei due princìpi al principio che li unifica nell’Essenza principiale, essendo la misurazione materiale di un ordine inferiore a quella determinata dal senso.

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