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Etica, libertà e responsabilità

Etica, libertà e responsabilità

Set 01

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Sin dall’antichità è stato osservato come la stessa esistenza dell’etica fosse in stretto rapporto con il problema della libertà. Parrebbe infatti intuitivo che, se le nostre azioni fossero determinate a priori, meccanicisticamente, concetti quali “responsabilità”, “merito”, “colpa”, sarebbero privi di significato. Predeterminazione e vita morale non sarebbero dunque compatibili: ma, per quanto questa posizione sia stata e sia tuttora maggioritaria, non sono mancati quanti l’hanno rifiutata, come in alcune etiche religiose, soprattutto in epoca post-riformista, o come i moderni compatibilisti.

Senz’altro lo sviluppo della scienza moderna, orientata a studiare i fenomeni in termini causalistici, acuì questo conflitto. Ed è senz’altro tenendo conto di questo contrasto che dobbiamo vedere la scelta kantiana di contrapporre ad un mondo fenomenico, pensato deterministicamente, una libertà postulata a livello noumenico. Il dominio della scienza viene così circoscritto e necessità causalistica ed agire morale trovano un equilibro, seppur problematico, in questa bipartizione.

Abbiamo precedentemente accennato al concetto di responsabilità: esso, profondamente legato a quello di libertà, è altrettanto determinante nell’ambito della riflessione etica.

A grandi linee, possiamo dire che un agente è responsabile delle sue azioni se si presentano due condizioni: la prima, che il soggetto sia libero di agire. La seconda, che sia in grado di prevedere l’esito delle sue azioni. Ma, come sa chi ha qualche dimestichezza con le teorie dell’agire, entrambi questi punti sono molto problematici: per l’esattezza è il determinare, lo stabilire linee di confine quanto genera maggiori problemi.

Prendiamo la prima condizione; potremmo chiederci quali potrebbero essere delle coazioni tali da rendere il soggetto incapace di agire liberamente. Se supponiamo un caso estremo, come la proverbiale “pistola alla tempia”, non vi è dubbio che il soggetto non sia libero di agire. Ma se ci spostiamo su forme indirette di coazione diviene difficile stabilire quando esse non rendano libero il soggetto: entro che limite un contesto sociale disagiato è considerabile come una coazione indiretta, per esempio?

Problemi analoghi si ripresentano per il secondo punto, che riguardano fondamentalmente le intenzioni dell’agente. Se rientrando a casa, accendo la luce, mettendo così in fuga dei ladri, quest’ultimo è senz’altro un evento fortuito, non una mia intenzione. Un “tat” direbbe Hegel, cioè qualcosa che accade per mio tramite, ma di cui non sono responsabile.

Ora, il problema è che le persone non sanno mai esattamente cosa vogliono fare. Questo vale a maggior ragione quando le “intenzioni” riguardano progetti di lunga durata. Supponiamo che intraprenda un compito ma che, poco dopo averlo iniziato, mi annoi e mi manchi la volontà per andare avanti. Cosa se ne dovrà dedurre? Che avevo effettivamente quell’intenzione, ma che non ho la forza di volontà per realizzarla, o che, in realtà, io non avevo quell’intenzione?

In conclusione, come abbiamo visto, la riflessione etica deve sempre tener presente sia i limiti della libertà umana, sia le concettualizzazioni delle teorie dell’agire.


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2 comments

  1. Oca

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  2. magazzinaggio

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